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L’inflazione italiana rallenta, ma il sollievo per le famiglie non arriva. È il paradosso che emerge dall’analisi Fabi sui prezzi al consumo: l’Italia appare meno inflazionata della media europea, ma continua a pagare di più proprio sulle voci che incidono ogni giorno sui bilanci domestici. Il dato generale, insomma, migliora. La spesa reale, no.
Nei primi tre mesi del 2026 l’inflazione italiana si è fermata all’1,6%, contro il 2,6% della media Ue. Un valore più basso anche rispetto a Spagna (3,4%), Germania (2,8%), Portogallo (2,7%) e Francia (2,0%). Ma il quadro cambia appena si esce dall’indice medio e si guarda al costo della vita vero, quello che passa dal supermercato, dalla tavola e dalle spese ordinarie. A marzo, infatti, i prezzi degli alimentari in Italia crescono del 2,8%, oltre il 2,2% medio europeo. La Germania si ferma all’1,5%, la Francia all’1,9%, mentre la Spagna, al 2,7%, resta appena sotto il dato italiano. È qui che si misura il nodo: proprio sulla voce più sensibile per la spesa quotidiana, il carrello, l’Italia continua a stare sopra la media europea.
Non è una fiammata temporanea. È una tendenza che si trascina. Nel 2022 l’aumento dei prezzi alimentari in Italia era stato più contenuto rispetto alla media Ue, 13,3% contro 16%. Ma da allora il rientro è stato più lento. Nel 2023 il dato italiano era al 6,1%, in linea con la media europea. Poi il sorpasso: 2,1% contro 1,9% nel 2024, 2,4% nel 2025, fino al 2,8% del 2026 contro il 2,2% Ue. Il problema, dunque, non è solo quanto crescono i prezzi, ma per quanto tempo restano alti. La vera anomalia italiana sta qui: uno shock iniziale meno violento, ma più difficile da riassorbire, soprattutto sui beni che le famiglie non possono evitare di comprare.
A tenere basso l’indice generale è soprattutto l’energia. Ed è un effetto che potrebbe non durare. Dopo il balzo del 54,2% nel 2022, l’Italia ha registrato un calo del 19,2% nel 2023, una sostanziale stabilità nel 2024 (+0,1%) e ancora valori negativi nel 2025 (-1,9%) e nel 2026 (-1,5%). Nello stesso 2026, però, la media Ue per abitazione, acqua ed elettricità resta positiva all’1,6%, mentre Spagna, Portogallo e Grecia mostrano rincari rispettivamente del 3,7%, del 2,6% e del 6,3%. Il vantaggio italiano sulle bollette, quindi, potrebbe essere solo temporaneo. Secondo Fabi, una parte dell’inflazione “mancante” rischia di riemergere nei prossimi mesi, anche alla luce delle prospettive BCE riviste al rialzo per effetto dei maggiori prezzi energetici legati alla guerra in Medio Oriente.
Intanto la pressione si allarga ad altre voci di spesa. Nel 2026 ristoranti e alberghi segnano un +3,5%, in linea con la media Ue ma nettamente sopra l’inflazione generale italiana. Le altre spese correnti salgono del 3,4%, mezzo punto sopra il dato europeo del 3%. Sono costi meno visibili del pane o della pasta, ma pesano sempre di più: consumi fuori casa, servizi personali, spese ordinarie. Al contrario, alcune voci aiutano a contenere l’indice complessivo senza alleggerire davvero la percezione del caro vita: i trasporti in Italia si fermano al 2% contro il 5,2% europeo, la comunicazione scende del 3,3% contro il -0,4% Ue, la sanità è all’1,6% contro il 2,6%, lo svago e la cultura all’1,3% contro il 2%. Ma tutto questo non basta a compensare la persistenza dei rincari sulle spese essenziali.
Il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, sintetizza così il quadro: «I numeri vanno letti fino in fondo, perché il rischio è raccontare una realtà che non esiste. L’inflazione in Italia è più bassa della media europea, ma per le famiglie il costo della vita non diminuisce». Il punto, aggiunge, è che «proprio nelle spese essenziali, a partire dagli alimentari, i prezzi restano più alti e soprattutto continuano a crescere più a lungo rispetto agli altri Paesi». E ancora: «Il problema non è solo quanto aumentano i prezzi, ma per quanto tempo restano elevati. In Italia l’inflazione è meno intensa all’inizio, ma più persistente nel tempo».
Da qui la richiesta di misure immediate. «A questo si aggiunge un rischio concreto: il nuovo aumento dei costi energetici legato alle tensioni internazionali non si è ancora trasferito nelle bollette. Quando accadrà, potrebbe riaccendere l’inflazione proprio mentre i consumi sono già sotto pressione», avverte Sileoni. Per il leader della Fabi serve «un mix di tre leve: redditi più forti, concorrenza vera, tasse più leggere su beni essenziali». La ricetta indicata passa dal rafforzamento dei sostegni sui beni di prima necessità, dalla proroga dei meccanismi di calmierazione delle bollette e da un controllo più rapido sugli aumenti. Perché, conclude, «senza una crescita del potere d’acquisto il rischio è che il rallentamento dell’inflazione resti solo un dato statistico».