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C’è un fascio di faldoni legato con uno spago sfilacciato. Carte ingiallite, cartelle rosa, azzurre, color sabbia, gli angoli consumati, le costole logorate dall’apertura e dalla chiusura, dalla mano che le ha sfogliate migliaia di volte. È l’immagine da cui tutto parte, ed è già, da sola, un racconto: il peso fisico di una verità che qualcuno, a un certo punto, ha deciso di mettere nero su bianco. Sono i faldoni del Maxiprocesso di Palermo, e adesso non stanno più soltanto in archivio. Sono diventati opera.
Si chiama proprio così, MAXIPROCESSO, il progetto che il Museo Civico di Castelbuono porta dentro il Palazzo di Giustizia di Palermo. Al centro ci sono le fotografie dell’artista Maria D. Rapicavoli, che ha “ritratto” quelle carte come si ritrae un volto: con attenzione, con rispetto, con la consapevolezza che lì dentro c’è una vita — anzi, molte vite. Trenta scatti, scelti da una serie ben più ampia, sono esposti al primo piano del Tribunale, in un’installazione disegnata dallo studio di architettura romano Supervoid. Il progetto è curato da Laura Barreca e Giovanna Fiume.
Ottocentosessantamila pagine
Per capire cosa significhi “fotografare un processo” bisogna fermarsi su un numero. Secondo una stima, sono circa 860.000 le pagine di atti e documenti raccolti dal lavoro del pool antimafia, con Giovanni Falcone in prima linea. Verbali di interrogatorio dei collaboratori di giustizia, intercettazioni, ricostruzioni delle attività di Cosa Nostra: una mole che la mente fatica a contenere, e che proprio per questo rischia, col tempo, di diventare astratta. Una cifra, una citazione da manuale.
Le immagini di Rapicavoli fanno l’operazione contraria. Restituiscono la materia. Mostrano l’enormità del lavoro che sta dietro l’enormità dei dati: il certosino lavoro dei giudici, l’istruttoria coordinata da Falcone, la pazienza di chi ha messo in fila migliaia di pagine fino a costruire un impianto accusatorio capace di reggere in aula. È un’inchiesta che comincia nei primi anni Ottanta e si chiude, in tutti i suoi gradi di giudizio, con una sentenza che per la prima volta riconosce Cosa Nostra come associazione a delinquere di stampo mafioso e fissa la responsabilità dei suoi vertici per gli omicidi da loro stessi decisi. È, in breve, il momento in cui lo Stato dimostra che la mafia non è un’idea vaga ma una struttura, con una testa, una gerarchia, una catena di comando.
«L’operazione di portare gli incartamenti del processo fuori dal luogo deputato alla loro conservazione, l’Archivio — anche solo attraverso la loro riproduzione fotografica — vuole trasmettere il senso della monumentalità», spiega la storica Giovanna Fiume. Monumentale, sì, ma anche documentale: il documento che si fa monumento senza smettere di essere documento.
Un cerchio nel cuore del Tribunale
L’allestimento di Supervoid sceglie la forma più semplice e più antica per dire questa cosa: il cerchio. Una struttura poligonale alta due metri, con una circonferenza di poco più di due metri e mezzo, si chiude su sé stessa al centro di una sala in marmo del Palazzo di Giustizia. Le fotografie corrono lungo i lati, e per guardarle bisogna girarci intorno, come si gira attorno a un’edicola, a un altare, a un pozzo. Non c’è una fine e un inizio: c’è un ritorno.
È una scelta che parla. Mette i faldoni — la loro immagine — al centro di un luogo che è insieme casa della giustizia e spazio dei cittadini. E li mette lì non come reliquia da venerare, ma come qualcosa intorno a cui ci si raccoglie, ci si interroga, ci si misura. Lo studio diretto da Anna Livia Friel, Benjamin Gallegos Gabilondo e Marco Provinciali lavora da sempre sul confine tra progetto e ricerca, e si vede: l’installazione non decora, argomenta.
La memoria come responsabilità delle istituzioni
Dietro l’opera c’è un’idea precisa di cosa debba fare oggi un museo. «Come museo pubblico riflettiamo sul ruolo attivo che le istituzioni culturali possono assumere nella costruzione di una società più consapevole, responsabile e partecipata», dice Laura Barreca, direttrice del Museo Civico di Castelbuono. «In Sicilia questa responsabilità ha un significato ancora più profondo: qui la memoria del Maxiprocesso continua a essere custodita, riletta e trasmessa alle nuove generazioni, e nell’arte contemporanea trova uno strumento potente di interpretazione, dialogo e diffusione.»
Il progetto nasce per riaffermare il valore di quella memoria nel quarantennale della celebrazione del processo. Non un anniversario di facciata, ma un programma di iniziative pubbliche — incontri, coinvolgimento delle scuole, interviste ai protagonisti, attività espositive — pensato per tenere viva e presente una vicenda decisiva della storia italiana del secondo Novecento.
Lo dicono, con accenti diversi, anche i magistrati che hanno condiviso e promosso l’iniziativa. Per Antonio Balsamo, presidente della Corte d’Appello di Palermo, «il maxiprocesso è stato determinante non solo per la ricostruzione giudiziaria del fenomeno mafioso, ma per la formazione della coscienza civile, per il riscatto della Sicilia»: oggi, osserva, nel mondo «il volto dell’Italia è il volto di persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», e una mostra come questa serve a far sentire i Palazzi di Giustizia «come la casa comune di tutti i cittadini». Alessandra Camassa, presidente del Tribunale di Trapani, parla di una «virtuosa sinergia tra il mondo della cultura e quello della giustizia», e di immagini destinate a riflettere — letteralmente, come un proiettore — in tutti i luoghi in cui l’opera arriverà.
Un’opera che cammina
Perché questa è la parte forse più bella del progetto: l’opera non è fatta per fermarsi. L’impegno del Museo è esplicito — che «non vada mai in deposito», così come la memoria non può essere riposta in un cassetto. Dopo il Palazzo di Giustizia di Palermo, le fotografie entreranno nella collezione permanente del Museo Civico di Castelbuono; ma il loro destino è viaggiare, con tappe che includono il Tribunale di Trapani e altri luoghi, in Italia e all’estero. Un’opera itinerante, come itinerante deve essere il ricordo per non spegnersi.
A completare il lavoro c’è un volume edito da Lenz, che raccoglie le 360 fotografie dell’intera serie con i testi di Laura Barreca, Naor Ben-Yehoyada, Giovanna Fiume, Gabi Scardi, Jane e Peter Schneider: la versione “lunga” di ciò che in mostra si vede nella sua sintesi più densa.
Le voci attorno al tavolo
Attorno a questo progetto si raccoglie, in una conferenza pubblica, un parterre che è esso stesso un pezzo di storia. Accanto alle istituzioni — la procuratrice generale Lia Sava, il sottosegretario alla Cultura Giampiero Cannella, il presidente della Fondazione Scuola nazionale del patrimonio Gerardo Villanacci, i vertici della magistratura palermitana e trapanese, le curatrici — siedono nomi che il Maxiprocesso lo hanno vissuto da dentro o ne portano il segno: Giuseppe Ayala, Leonardo Guarnotta, Ignazio De Francisci, la giurista Paola Maggio, e poi Fiammetta Borsellino e Alfredo Morvillo, i familiari di chi quella storia l’ha pagata con la vita.
È, alla fine, il senso di tutto. Quei faldoni legati con lo spago non sono un’immagine del passato. Sono una domanda rivolta al presente — e l’arte, qui, ha scelto di non rispondere al posto nostro, ma di metterci al centro del cerchio e lasciarci lì, a guardare.
Fotografie di Maria D. Rapicavoli. Installazione di Supervoid. Progetto a cura di Laura Barreca e Giovanna Fiume, promosso dal Museo Civico di Castelbuono nell’ambito del bando “Strategia Fotografia”, Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, con il patrocinio di Associazione Nazionale Magistrati (sezione distrettuale di Palermo), Corte d’Appello di Palermo, Tribunale di Trapani, Università degli Studi di Palermo (DEMS).