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Ci sono stoffe che hanno perso la loro funzione, ma non necessariamente la loro storia. Frammenti di abiti, ritagli, tessuti abbandonati e materiali destinati a essere dimenticati diventano, nelle mani di Fanni Kopácsi, la materia prima di un nuovo racconto.
L’artista ungherese, 35 anni, li recupera attraversando i quartieri di Palermo, osservando la città e raccogliendo ciò che altri hanno lasciato indietro. Poi cuce, piega, sovrappone e stratifica. Da questi gesti nascono opere sospese tra scultura tessile, pittura e installazione, nelle quali la materia conserva le tracce del passato ma assume forme e significati nuovi.

Originaria di Budapest, dopo avere vissuto a Nottingham e Barcellona, Kopácsi ha scelto Palermo come luogo in cui vivere e sviluppare la propria ricerca artistica. A conquistarla sono stati i vicoli del centro storico, le atmosfere, le stratificazioni culturali e le contraddizioni di una città capace di attrarre un numero crescente di artisti e cittadini stranieri.
La sua ricerca entra adesso nel progetto curatoriale internazionale della galleria palermitana Il Casino delle Muse, che punta a rafforzare il dialogo tra la Sicilia, l’Europa centrale e le esperienze più sensibili dell’arte contemporanea.
Il tessuto come memoria
Formatasi alla Secondary School of Visual Arts di Budapest, dove si è specializzata in legatoria artistica, Kopácsi ha costruito nel tempo un linguaggio personale fondato sul rapporto tra materia, memoria e trasformazione.
Il tessuto non viene utilizzato soltanto come elemento decorativo. Ogni cucitura conserva una traccia, ogni sovrapposizione suggerisce una storia. Gli scarti vengono sottratti alla loro condizione marginale e restituiti allo spettatore sotto forma di superfici dense, corpi e presenze.
Secondo Giuseppe Carli, critico d’arte e direttore della galleria Il Casino delle Muse, il lavoro dell’artista entra in relazione con la grande tradizione dell’arte tessile contemporanea e, in particolare, con l’esperienza di Maria Lai.
Per Lai il filo non era solamente un materiale, ma uno strumento capace di legare persone, luoghi e racconti. Allo stesso modo, nelle opere di Kopácsi il tessuto si trasforma in una «scrittura silenziosa», composta da frammenti e stratificazioni attraverso le quali ciò che è stato vissuto continua a produrre nuovi significati.
Il dialogo con Serpotta
Nel lavoro dell’artista ungherese Carli individua anche un richiamo, meno immediato ma particolarmente suggestivo, all’opera di Giacomo Serpotta.
Negli oratori palermitani, lo scultore trasformava lo stucco in movimento, figure, allegorie e piccoli teatri prospettici. Una materia apparentemente povera diventava così un organismo capace di modificare lo spazio e coinvolgere lo spettatore.
Kopácsi agisce in maniera analoga sui tessuti. Li cuce, li accumula e li drappeggia fino a sottrarli alla loro funzione originaria e a restituire loro una dimensione corporea e psicologica. La distanza storica e stilistica resta evidente, ma comune è la capacità di rendere viva la superficie e di trasformare un materiale ordinario nel protagonista di una narrazione.
Serpotta modella il bianco dello stucco; Kopácsi lavora sulle pieghe e sulle ferite della stoffa. In entrambi i casi la materia smette di essere un semplice supporto e diventa presenza, teatralità e racconto.
La scelta di Palermo, dunque, non rappresenta soltanto un trasferimento geografico. È l’incontro tra una città abituata a sovrapporre epoche, culture e linguaggi e un’artista che proprio nella stratificazione ha trovato la propria cifra espressiva.
Dagli scarti raccolti per strada nasce così un’arte capace di tenere insieme sostenibilità e memoria, tradizione e sperimentazione. Un filo partito da Budapest e arrivato a Palermo, dove anche ciò che sembra non avere più valore può tornare a raccontare una storia.