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Zen a Palermo: il costo economico del degrado

Lo Zen di Palermo non è solo un problema di ordine pubblico: ogni intervento straordinario di sicurezza pesa sul bilancio pubblico e diventa una voce ricorrente di spesa. Quel che manca, oltre agli episodi, è una analisi dell’impatto economico reale di degrado, sicurezza e ritardi strutturali sulla crescita della zona e sulle opportunità di sviluppo.

Gli ultimi colpi d’arma da fuoco contro la chiesa di San Filippo Neri non sono stati solo un atto intimidatorio. Sono stati un segnale di controllo del territorio. E come accade ogni volta, la risposta dello Stato è arrivata con un dispiegamento immediato di uomini e mezzi. Una risposta necessaria, ma che ha un costo preciso.

Ogni operazione straordinaria allo Zen comporta infatti una spesa pubblica diretta e indiretta: personale impiegato, mezzi, logistica, ore di lavoro sottratte ad altri territori e ad altre funzioni. La sicurezza, in quartieri come questo, non è più un intervento occasionale ma una voce strutturale di bilancio. Quando la presenza diventa emergenziale e ripetuta, il problema non è solo l’ordine pubblico, ma l’efficienza complessiva della spesa pubblica e la sua capacità di produrre risultati duraturi.

È in questo contesto che il presidente della Regione, Renato Schifani, si è recato allo Zen. La visita alla chiesa colpita dagli spari, l’incontro con il parroco don Giovanni Giannalia e con i vertici delle forze dell’ordine hanno segnato un momento di visibilità istituzionale forte. «Non può non esserci una risposta», ha detto il presidente, annunciando un tavolo operativo, il potenziamento della videosorveglianza e l’attivazione di una control room regionale.

Ma accanto all’emergenza, Schifani ha richiamato anche la dimensione strutturale del problema: rigenerazione urbana e sociale, scuole, infrastrutture. Un tema che allo ZEN assume un significato preciso. Il quartiere è uno dei casi più evidenti di rigenerazione incompiuta. Negli anni si sono succeduti programmi, fondi, annunci. In molti casi, però, senza continuità progettuale e senza una governance capace di trasformare le risorse in infrastrutture sociali funzionanti. Il risultato è un capitale pubblico disperso e un costo crescente: ogni intervento rinviato aumenta il prezzo futuro della riqualificazione.

Nel frattempo, la risposta sul piano della sicurezza è stata massiccia. La Questura di Palermo ha coordinato un’operazione con circa cento uomini, cinturando il quartiere, controllando accessi e transiti, effettuando perquisizioni mirate. Polizia di Stato, Squadra Mobile, Reparto Prevenzione Crimine, unità cinofile e Polizia Scientifica hanno operato in modo congiunto. Il bilancio è significativo: pistole, munizioni, armi nascoste in scantinati e casseforti murate. Oltre 1.500 cartucce di vario calibro, compreso munizionamento da guerra.

Una fotografia che restituisce l’immagine di un territorio dove l’illegalità non è episodica, ma organizzata. E dove il disagio sociale si traduce in un freno diretto allo sviluppo economico. In contesti come lo ZEN, l’insicurezza produce un effetto deterrente su qualsiasi iniziativa privata: commercio, servizi, investimenti immobiliari. Il valore degli spazi si deprime, l’occupazione resta marginale, il quartiere rimane escluso dai circuiti economici della città.

È su questo punto che interviene il dibattito politico. Da un lato, l’insistenza sulla necessità di una risposta ferma dello Stato, ribadita anche dai rappresentanti delle commissioni Antimafia nazionale e regionale. Dall’altro, la consapevolezza che la repressione, da sola, non può produrre un cambiamento strutturale. Ascoltare il disagio, costruire alternative credibili, investire in istruzione e servizi significa incidere sulle cause economiche che alimentano la marginalità.

Lo ZEN, in questo senso, non è una periferia isolata. È un nodo irrisolto che genera costi continui per l’intera area urbana. Finché resterà un territorio gestito solo in chiave emergenziale, la sicurezza continuerà a essere una spesa necessaria ma improduttiva. La vera sfida, oggi, è trasformare quella spesa in investimento. E dimostrare che la presenza dello Stato non si misura solo nel numero delle pattuglie, ma nella capacità di costruire sviluppo dove finora si è intervenuti soltanto per contenere il danno.

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