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Non c’è stato alcun passo indietro dell’Unione europea sul phase-out dei motori endotermici al 2035. Le recenti aperture sui carburanti alternativi, limitate a una quota marginale del mercato, non modificano l’asse strategico della transizione: l’elettrico resta il perno industriale su cui si misurerà la competitività dell’automotive europeo nei prossimi dieci anni.
È questa la lettura proposta da Reinova, polo di innovazione con sede a Soliera, che lavora sulla validazione e lo sviluppo di componenti per la mobilità elettrica e ibrida. Una lettura che prova a riportare il dibattito dal piano ideologico a quello industriale.
«La Commissione europea non ha fatto alcuna marcia indietro – spiega Giuseppe Corcione, amministratore delegato dell’azienda –. Il phase-out dei motori a combustione interna resta confermato e le deroghe riguardano una nicchia inferiore al 10%, comunque vincolata a emissioni zero allo scarico. Non è un ritorno al passato, ma una sfida ingegneristica ancora più complessa, che non sposta la transizione di massa verso l’elettrico».
La vera sfida: competere fuori dall’Europa
Secondo Reinova, il nodo non è la difesa del mercato interno, ma la capacità dell’industria europea di reggere la concorrenza nei mercati asiatici, dove velocità di sviluppo, integrazione tecnologica e controllo dei dati stanno ridisegnando le catene del valore.
«L’Europa rischia di commettere un errore strategico – avverte Corcione –: stiamo cedendo ai grandi player tecnologici extra-europei quello che sarà l’oro del futuro, cioè i dati. Abitudini di utilizzo, analisi statistiche, informazioni generate dal veicolo connesso finiscono in ecosistemi che non controlliamo. Senza una strategia proprietaria, perdiamo sovranità industriale».
Da qui il richiamo a una “coesione tecnologica” che superi la frammentazione tra hardware e software e consenta di costruire economie di scala reali. In altre parole, non basta produrre veicoli elettrici: occorre governare l’intero ecosistema digitale che li accompagna.
Batterie, materiali, circolarità e intelligenza artificiale
La roadmap industriale di Reinova si muove su quattro direttrici, già in fase di sviluppo e validazione per diversi costruttori globali.
La prima riguarda i sistemi di accumulo, con batterie multi-chemistry e multi-voltage pensate per applicazioni differenziate, dalla trazione ai servizi ausiliari, superando la rigidità degli standard attuali.
La seconda è legata ai materiali e alla sicurezza, con soluzioni avanzate per aumentare la resilienza dei pacchi batteria.
La terza direttrice è la circular economy, integrata fin dalla fase di progettazione per favorire riparabilità e riutilizzo lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.
Infine, il tema dei dati: digital twin e intelligenza artificiale diventano strumenti centrali per gestire i terabyte di informazioni generati dai test e dall’utilizzo su strada, con l’obiettivo di ottimizzare le performance in tempo reale.
Dalla produzione di volumi ai servizi
Il cambiamento più rilevante riguarda però il modello di business. L’automotive, secondo Reinova, sta progressivamente spostando il proprio baricentro dalla mass production alla generazione di valore attraverso i servizi. In questo quadro, la guida autonoma smette di essere solo una feature tecnologica e assume una valenza sociale.
«Il veicolo del futuro si muoverà lungo due direttrici – osserva Corcione –: da un lato la customizzazione estrema, dall’altro la mobilità assistita come supporto alla qualità della vita. La guida autonoma può garantire indipendenza di movimento a categorie oggi escluse, come anziani o persone con disabilità».
Una prospettiva che apre l’automotive al segmento Health & Care e che punta anche ai veicoli leggeri per la mobilità urbana. L’obiettivo dichiarato è rendere queste tecnologie accessibili, economicamente sostenibili e realmente utilizzabili, evitando che restino esercizi di stile riservati a pochi.
Tecnologia come infrastruttura sociale
La linea tracciata da Reinova anticipa le prossime fasi di industrializzazione su piattaforme di mobilità urbana autonoma, con un messaggio chiaro: la transizione tecnologica non può limitarsi al rispetto delle norme, ma deve tradursi in infrastruttura industriale e sociale.
In un contesto globale sempre più competitivo, la sfida per l’Europa non è difendere ciò che perde, ma decidere cosa vuole ancora governare: tecnologia, dati e valore aggiunto. Tutto il resto rischia di essere solo dibattito di retroguardia.