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L’inflazione in Italia rallenta, ma per milioni di famiglie la spesa quotidiana resta un’emergenza. È la fotografia che emerge dall’ultima analisi della Federazione Autonoma Bancari Italiani (Fabi) sui prezzi al consumo tra il 2019 e il 2025, che mette in evidenza una frattura sempre più netta tra il dato medio dell’inflazione e l’andamento reale dei beni essenziali.
A fine 2025 l’indice generale dei prezzi si ferma all’1,2%, dopo il picco del 12,3% toccato nel 2022. Un dato che, letto isolatamente, potrebbe suggerire un ritorno alla normalità. Ma la realtà raccontata dai bilanci familiari è diversa: alimentari, bollette, sanità e servizi continuano a crescere a ritmi superiori alla media, erodendo il potere d’acquisto soprattutto dei redditi medio-bassi.
Il carrello della spesa corre più dell’inflazione
Nel periodo 2019-2025 l’indice generale dei prezzi aumenta del 17,1%, mentre il cosiddetto “carrello della spesa” segna un +24%. Un divario di circa sette punti percentuali che spiega perché la percezione del caro-vita resti elevata, nonostante il raffreddamento dell’inflazione complessiva.
Particolarmente significativa la dinamica dei beni alimentari: da un modesto +0,9% nel 2019 si arriva a un aumento vicino al 2,5% nel 2025, oltre il doppio dell’inflazione media. Il salto più violento si registra nel biennio 2021-2022, quando i prezzi del cibo esplodono fino a +13,2%, per poi rallentare senza mai tornare ai livelli pre-crisi. In media, dal 2019 al 2025, la spesa alimentare cresce del 4,1% annuo, contro un +2,8% dell’inflazione generale.
Casa, sanità e ristorazione: le voci che pesano di più
Ancora più marcata la volatilità dei costi legati all’abitazione, all’energia e ai combustibili. Dopo anni di variazioni contenute o negative, nel 2022 si registra uno strappo storico con un +54,4%, solo in parte riassorbito negli anni successivi. Anche quando i prezzi scendono, l’effetto sui bilanci resta duraturo, perché si tratta di spese incomprimibili.
La sanità segue una traiettoria simile: dopo valori modesti fino al 2022, dal 2023 accelera stabilmente oltre la media nazionale, arrivando a +2,7% nel 2025. Un dato che incide soprattutto su anziani e famiglie con bisogni di cura continuativi.
Resta elevata anche la dinamica di ristorazione e alberghi, che chiude il 2025 con un +3,1%, quasi tre volte l’inflazione generale. Una crescita che riflette sia l’aumento dei costi a monte sia la difficoltà, per il settore, di assorbire senza ritocchi di prezzo gli shock degli ultimi anni.
Comunicazioni in calo, ma non bastano a compensare
L’unica voce strutturalmente in discesa resta quella delle comunicazioni, con prezzi in calo di oltre il 5% anche nel 2025. Un risparmio che però non riesce a compensare gli aumenti delle spese primarie, né a incidere in modo significativo sul bilancio complessivo delle famiglie, dato il peso limitato di questa voce.
Il nodo dei salari
Secondo la Fabi, il problema non è solo “quanto” salgono i prezzi, ma “chi” ne paga il costo maggiore. Famiglie con redditi fissi, pensionati e lavoratori a basso salario subiscono un effetto cumulativo che mese dopo mese riduce la capacità di spesa. Dal 2019 a oggi, i beni di prima necessità hanno registrato aumenti complessivi prossimi al 20%, a fronte di adeguamenti salariali giudicati insufficienti.
Il risultato è una domanda interna debole, che frena la crescita e amplia le disuguaglianze. Il rallentamento dell’inflazione, da solo, non basta a restituire potere d’acquisto: senza un recupero più deciso dei salari e delle pensioni, il caro-vita rischia di restare una variabile strutturale dell’economia italiana.