Ci sono territori che rischiano di essere raccontati solo attraverso i paesaggi. Nel caso dei Nebrodi, però, il paesaggio è solo la superficie. Sotto ci sono specie rare, rocce antiche, insetti, piante, funghi, orchidee e tracce naturali che spiegano meglio di molte parole la complessità di un ecosistema.A Longi, il Centro Naturalistico “La Petagna” prova a fare […]
Il valore della filiera ittica siciliana non può misurarsi soltanto in termini di quantità di pescato, ma anche nella capacità di preservarlo, trasformarlo e distribuirlo con efficienza lungo tutto il percorso dal mare alla tavola. È la lettura di Giacomo Tommaso Fascetto, Dirigente Responsabile del Servizio Trasformazione Ittica e Interventi Strutturali del Dipartimento della Pesca Mediterranea della Regione Siciliana, che individua i passaggi concreti per far crescere questo valore: dagli investimenti a bordo alla valorizzazione delle specie negletta, fino al ruolo del digitale nella filiera corta.
Quando il piccolo pescatore deve diventare manager
Uno dei nodi che Fascetto porta all’attenzione riguarda l’impatto asimmetrico delle normative europee: la piccola pesca artigianale si ritrova a rispettare la stessa rigidità normativa pensata per i grandi pescherecci industriali, pur non disponendo delle medesime risorse finanziarie e organizzative.
Questo squilibrio produce un’efficienza compromessa: in un mare dove gli stock ittici pescabili sono in costante diminuzione, il pescatore artigianale deve districarsi tra pratiche e adempimenti amministrativi, prima ancora di individuare il pesce target. Un quadro diverso da quello della trasformazione e commercializzazione, comparto che mostra buona partecipazione ai bandi pubblici e dinamismo, ma che sconta un problema speculare: l’incertezza sulla continuità delle forniture di materia prima locale, che rende difficile per le imprese stringere accordi stabili con la grande distribuzione.
Preservare il valore, a bordo e a terra
Difendere e far crescere il valore del pescato siciliano richiede, secondo Fascetto, interventi strutturali mirati sia a bordo sia a terra, capaci di bloccare i rapidi processi di alterazione organolettica a cui il pesce è naturalmente soggetto. Tra le priorità indicate ci sono i sistemi di refrigerazione e surgelazione immediata a bordo, insieme a logiche di sbarco rapide e protette. Ma la leva più strategica riguarda il cosiddetto “pesce negletto“, le specie commercialmente trascurate: introdurre innovazioni di processo e di prodotto per valorizzarle può diventare un volano economico concreto, con nuove fonti di reddito per i pescatori e nuova materia prima per l’industria di trasformazione.
Il nodo generazionale della transizione digitale
La digitalizzazione offre strumenti che potrebbero accorciare sensibilmente la filiera, ma si scontra con un limite demografico rilevante: in una flotta dove l’età media dei pescatori supera spesso i 50-60 anni, l’uso di tablet e applicazioni resta un terreno poco familiare. La differenza, spiega Fascetto, la fanno i giovani a bordo: dove l’equipaggio include figure capaci di padroneggiare gli strumenti informatici, il digitale esprime tutto il suo potenziale.
Tracciabilità e vendita diretta: la filiera che si accorcia
L’esempio più concreto riguarda la possibilità di connettere l’imbarcazione, ancora in mare, con ristoratori e commercianti a terra: un pescatore può comunicare in tempo reale la cattura di un lotto e venderlo direttamente a chi offre il prezzo migliore, saltando i passaggi intermedi. Questo tipo di tracciabilità e disintermediazione, secondo Fascetto, è la direzione in cui deve muoversi la blue economy siciliana: non una cartolina turistica, ma un ecosistema economico integrato, sostenibile e competitivo.