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Cantine e territorio, qui si gioca la prossima partita del vino siciliano

A Palermo non è andata in scena l’ennesima celebrazione del vino siciliano. Il clima, semmai, era quello di chi sa di avere un patrimonio forte ma anche un passaggio delicato davanti. Il rapporto Nomisma Wine Monitor per UniCredit, presentato insieme all’edizione 2026 di Sicilia en Primeur, in programma dall’11 al 15 maggio, ha consegnato al settore un messaggio chiaro: il vino siciliano tiene, ma non potrà bastargli restare fermo. Dovrà scegliere meglio dove andare, come raccontarsi e soprattutto come accogliere.

Per capire il punto bisogna partire dallo sfondo. Il 2025 non è stato un anno facile per il vino. L’export italiano ha chiuso in calo del 3,6% a valore, dentro una frenata che ha riguardato anche molti dei principali esportatori mondiali. Non è quindi una crisi solo italiana: è un mercato internazionale più nervoso, più selettivo, più esposto ai rallentamenti dei consumi e alle tensioni commerciali. Eppure, proprio dentro questa stagione meno favorevole, la Sicilia ha mostrato una tenuta che merita attenzione.

L’export di vino dalla Sicilia è arrivato nel 2025 a 153,3 milioni di euro. È un dato che vale poco meno di un record e soprattutto racconta una crescita di oltre il 50% nell’arco di un decennio. Gli Stati Uniti restano il primo sbocco commerciale con il 22% del totale, poi arrivano Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Canada. Il dato più interessante, però, non è solo dove il vino siciliano va. È quale vino siciliano continua a muoversi meglio.

A tenere la linea sono soprattutto i bianchi. I bianchi Dop siciliani nel 2025 crescono del 2,4% a valore e, fatto ancora più significativo, avanzano dell’8,4% negli Stati Uniti proprio mentre altri segmenti frenano. I rossi Dop, invece, perdono l’11%. Dentro questi numeri c’è già una prima indicazione strategica: l’isola non sta solo esportando vino, sta progressivamente scoprendo quale parte della propria identità oggi incontra meglio il mercato. E quella parte, sempre più spesso, parla il linguaggio dei bianchi, della freschezza, dell’origine riconoscibile, di uno stile coerente con i nuovi gusti.

Non è un caso se anche la produzione racconta la stessa direzione. In Sicilia i bianchi rappresentano oltre il 64% del totale e il peso delle produzioni Dop e Igp sfiora l’80%, sopra la media italiana. Tradotto: il vino siciliano oggi ha una base produttiva che può reggere una strategia fondata non sui volumi indistinti ma su qualità, territorialità e riconoscibilità. E infatti il territorio, dice l’indagine, resta uno dei primi criteri di scelta per chi compra vino. Prima ancora del marchio, spesso conta da dove quel vino arriva.

Il vino, da solo, non basta più

La novità vera, però, non sta soltanto nelle bottiglie. Sta in quello che accade attorno alle bottiglie. Perché il punto emerso con più forza a Palermo è che l’enoturismo non è più una voce accessoria. È diventato una parte del modello di business. Per le imprese vinicole italiane vale già 3,1 miliardi di euro. La spesa media dell’enoturista dice molto: 123 euro per acquistare vino in cantina, 41 euro per una degustazione, 54 euro per la vendemmia turistica, 145 euro per il pernottamento. Non è più il tempo della visita simbolica tra le vigne. È il tempo in cui la cantina diventa un luogo in cui si compra, si soggiorna, si torna.

In Sicilia questo passaggio pesa ancora di più, perché l’isola parte con un vantaggio competitivo evidente: l’appeal internazionale. Secondo l’indagine sulle imprese, l’enoturista che arriva qui è soprattutto straniero, in particolare statunitense, tedesco e britannico; ha in genere tra i 40 e i 55 anni e spesso non è un esperto di vino. È un dettaglio solo in apparenza secondario. Vuol dire che la Sicilia non deve parlare solo ai connaisseur. Deve saper accogliere un pubblico ampio, curioso, disposto a farsi guidare. È lì che si giocherà una parte della crescita.

L’Etna, in questo momento, è il laboratorio più visibile di questa dinamica. Nei comuni legati al disciplinare dell’Etna Doc, tra il 2019 e il 2024 gli arrivi turistici sono cresciuti del 17,4%, mentre la media dell’intera Sicilia si è fermata al 12,4%. Il vino, lì, non è soltanto prodotto agricolo. È diventato chiave di accesso a un paesaggio, a un’immagine, a una promessa di esperienza. E questo aiuta a capire perché l’enoturismo oggi sia considerato un asset strategico e non più un semplice complemento.

Gli americani guardano già all’isola

C’è poi un altro dato che vale quasi come una bussola. Tra gli enoturisti statunitensi che nei prossimi due o tre anni pensano a un’esperienza del vino in Italia, la Toscana è la prima destinazione citata con il 26%, ma la Sicilia è già seconda con il 16%. In altre parole, l’isola è entrata stabilmente nell’immaginario del wine tourism internazionale. E questo conta doppiamente, perché gli Stati Uniti non sono solo un mercato turistico da conquistare: sono anche il primo mercato di sbocco del vino siciliano. Il collegamento tra viaggio e consumo, dunque, non è astratto. È una filiera di valore possibile.

Salvatore Malandrino, Regional Manager Sicilia di UniCredit, ha letto questo scenario in modo molto netto: «Il settore vitivinicolo che rappresenta un pilastro strategico per l’economia siciliana, si trova ad operare oggi in un contesto globale complesso, in cui vecchie e nuove sfide si affiancano però a significative opportunità, come l’ascesa dell’enoturismo, leva strategica a supporto di competitività, attrattività e valorizzazione del territorio. UniCredit rinnova l’impegno ad accompagnare le imprese in questo percorso, attraverso il credito, un modello di servizio dedicato e consulenza specialistica».

Il ragionamento è lineare: se la prossima fase del vino siciliano passerà anche da ospitalità, servizi, prenotazioni dirette, personale preparato e racconto del territorio, allora serviranno investimenti. Non solo in vigneto e in cantina, ma anche in competenze. E infatti tra gli ostacoli principali segnalati dalle aziende c’è proprio la difficoltà di trovare e trattenere personale qualificato.

Cambria e il confine da non superare

Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia, ha insistito su un punto che nel dibattito di questi mesi torna sempre più spesso: crescere sì, ma senza snaturarsi. «Assovini Sicilia scommette sull’enoturismo non solo come strategia ma come asset delle nostre cantine che stanno rispondendo in maniera dinamica alle nuove sfide del mondo del vino», ha detto. E poi ha aggiunto il cuore del ragionamento: «Il wine tourism ci consente di raccontare il vino come prodotto culturale e parte di un contesto più ampio dove convivono paesaggio, storie, produttori, gastronomia. La cantina non è un ristorante, come diceva il mio amico Diego Planeta, quindi enoturismo sì se si preserva la vera anima del vino».

È una frase che mette a fuoco il nodo vero. L’enoturismo può diventare una scorciatoia, oppure un’evoluzione. Può ridurre il vino a cornice per esperienze generiche, o può fare il contrario: usare l’esperienza per riportare il vino al centro. La Sicilia, forse più di altri territori, ha convenienza a scegliere la seconda strada. Perché qui il vino funziona quando non perde il legame con il paesaggio, con la storia dei luoghi, con il carattere agricolo e culturale della produzione.

Sicilia en Primeur, da questo punto di vista, non è solo una vetrina. È un pezzo di questa strategia. Dal 2004 costruisce un racconto del vino siciliano che non separa l’annata dalle persone, le etichette dai territori, le degustazioni dagli itinerari. L’edizione 2025 ha coinvolto oltre cento giornalisti e cinquantasette aziende associate. Quella del 2026, presentata a Palermo, si inserisce nello stesso solco: usare il vino come chiave di lettura dell’isola.

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