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Dai bambini di Santa Ninfa alla New York degli anni ’90: Mark Lyon in mostra a Palermo

C’è una fotografia che non si limita a trattenere il tempo, ma lo rimette in movimento. Lo osserva, lo lascia sedimentare, poi torna a cercarlo nei volti, nei luoghi, nelle pieghe minime dell’identità. È questa la materia viva di “Aorta”, la mostra retrospettiva di Mark Lyon, fotografo americano nato a La Jolla, in California, nel 1952, che sarà inaugurata sabato 16 maggio alle 18 al Centro Internazionale di Fotografia di Palermo, dove resterà visitabile fino al 12 giugno.

Per Lyon si tratta della prima esposizione in Italia, Paese che ha attraversato e fotografato a lungo, seguendo traiettorie personali, incontri, coincidenze. La mostra, curata dallo stesso artista insieme a Ugo Casubolo Ferro, con un testo di Carla Floccari, è sostenuta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo e dall’Institut français Palermo.

Un viaggio tra volti, luoghi e stagioni della vita

Da oltre quarant’anni Mark Lyon lavora dentro la fotografia senza lasciarsi rinchiudere in un genere. Ha fotografato ritratti, architetture, paesaggi, artisti, musicisti, scrittori. Ha costruito una ricerca ampia, fatta di circa trenta serie, pubblicazioni, edizioni, lavori personali e progetti su commissione.

Le sue opere figurano in collezioni permanenti come il FRAC Nouvelle-Aquitaine, il Centre National des Arts Plastiques, il Musée d’Art Moderne de Paris, oltre che in collezioni private internazionali. Ma la retrospettiva palermitana non ha il passo celebrativo della ricapitolazione. Piuttosto, compone una geografia emotiva: oltre cinquanta immagini che attraversano Francia, Stati Uniti e Italia, mettendo in dialogo epoche diverse, figure lontane, storie che si richiamano tra loro.

Il titolo, “Aorta”, suggerisce già una direzione: non una mostra costruita come archivio freddo, ma come organismo pulsante. Una vena centrale da cui passano memoria, corpi, adolescenze, città, incontri.

La Casa della fanciulla di Santa Ninfa

Il cuore più intenso della mostra è la serie realizzata alla Casa della fanciulla di Santa Ninfa, nel Trapanese, tra il 2013 e il 2025. Lyon arriva in questo luogo grazie a Paolo Martino, suo vicino di casa a New York, il cui padre ne era stato il fondatore. Da quell’incontro nasce un progetto che assume, col tempo, la forma di un ritorno.

Nel 2013 il fotografo ritrae alcuni bambini in 24×36, davanti a un fondo neutro. Sono immagini sospese, essenziali, quasi frontali. Quel fondo bianco sembra lasciare spazio a ciò che ancora non è scritto: l’infanzia come promessa, attesa, possibilità.

Dodici anni dopo Lyon torna a cercare quegli stessi volti. I bambini sono diventati adolescenti. Non sono più soltanto soggetti fotografati: partecipano alla costruzione dell’immagine, conducono il fotografo nei luoghi che frequentano, che amano, che scelgono per raccontarsi. Il dispositivo cambia: Lyon utilizza una camera a banco ottico, rallenta il gesto, dà alla fotografia il tempo della relazione.

I dittici che ne derivano mettono una vita accanto all’altra, o meglio due età della stessa vita. Non c’è nostalgia, non c’è retorica dell’infanzia perduta. C’è piuttosto la constatazione silenziosa della metamorfosi. La fotografia diventa così un luogo di incontro: tra chi guarda e chi viene guardato, tra ciò che si era e ciò che si sta diventando.

Da New York ai gemelli di Twinsburg

Accanto alla serie siciliana, “Aorta” raccoglie immagini realizzate nell’arco di quarant’anni. C’è la New York degli anni Novanta, dove Lyon ritrae figure centrali della fotografia, del cinema e dell’arte: Bob Richardson, Richard Prince, William Eggleston, il produttore Franco Rossellini. C’è il mondo singolare del Twins Days Festival di Twinsburg, dove il fotografo lavora sulle coppie di gemelli e sul mistero sottile della somiglianza.

Il ritratto è il territorio privilegiato di Lyon. Nei suoi lavori, spesso di grande formato, il colore non è decorazione, ma intensità dello sguardo. Restituisce la presenza dei soggetti, la loro capacità di abitare l’immagine senza esserne consumati. Anche quando il volto sembra sdoppiarsi, come nei gemelli, l’identità resta irriducibile: mai del tutto spiegabile, mai completamente sovrapponibile.

Tra stampe digitali e analogiche emerge una cifra intima, quasi narrativa. Lyon fotografa l’identità come una storia semplice e, proprio per questo, complessa. I suoi soggetti appartengono a un mondo che appare insieme antico e contemporaneo: corpi del presente attraversati da una memoria più lunga.

La fotografia come urgenza del presente

La forza del lavoro di Lyon sta anche nella sua libertà. Nelle sue immagini possono convivere l’imbarazzo aggraziato di un cigno e la tensione fisica di un concerto al Bataclan, la compostezza di un ritratto e l’irruzione improvvisa della vita.

La fotografia, per lui, non è soltanto un esercizio di visione. È un modo per trattenere l’urgenza del presente senza immobilizzarla. Lo scatto registra, ma non chiude. Lascia vibrare il senso, apre domande, restituisce ai soggetti una densità che va oltre la superficie.

Non a caso la biografia di Lyon è segnata da attraversamenti. A sedici anni si trasferisce in Francia, dove scopre la fotografia attraverso la Rolleiflex del padre. Torna poi negli Stati Uniti, studia letteratura e fotografia a Bennington, nel Vermont, si avvicina alle avanguardie artistiche e letterarie, consegue un master in fotografia a Yale. Si forma con Richard Avedon, insegna alla Columbia University e all’ENSAPC, lavora tra ricerca personale e committenze. Incoraggiato da Bob Richardson, torna in Europa nel 1997 e sceglie la Francia come base.

Palermo come approdo italiano

Negli anni Lyon ha pubblicato diverse monografie. Il suo primo libro, “PURE”, del 2004, racconta l’adolescenza della sua vicina di casa Raina, a New York. Seguono, tra gli altri, “Le Collectionneur”, legato alla retrospettiva alla Fondazione Zervos di Vézelay, “Fantasma de Carne”, realizzato a Quito in dialogo con un testo di Christine Montalbetti, e “Les Jardins de la Pirotterie”, dedicato all’innovazione architettonica nell’edilizia sociale francese.

Nel 2013 vince il Premio fotografico della Fondation des Treilles e in quell’occasione incontra con maggiore consapevolezza i paesaggi e le tensioni contemporanee del Mediterraneo. Da qui nascerà anche “FREE CONTACTS”, progetto di ritratti a colori di persone in esilio in Italia, sostenuto nel 2021 dal CNAP ed esposto nel 2022 a Bordeaux.

Palermo diventa ora il luogo del primo riconoscimento italiano. Non una tappa casuale, ma un approdo coerente per un fotografo che ha fatto dell’incontro il centro del proprio lavoro. In “Aorta” la Sicilia non è sfondo esotico né semplice destinazione. È uno dei punti in cui il tempo si addensa, dove l’infanzia diventa adolescenza, la memoria prende corpo e la fotografia torna a essere ciò che forse è sempre stata: una forma di relazione.

Aorta sarà visitabile al Centro Internazionale di Fotografia di Palermo tutti i giorni, dalle 9 alle 18, fino al 12 giugno.

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