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Eni rescinde il contratto alla Amarù, protestano i 230 dipendenti



Un’azienda sana che rischia di chiudere a causa di una scelta dell’Eni di rescindere i contratti. E i dipendenti non ci stanno e scendono i campo per difendere il proprio posto di lavoro. L’azienda è la Amarù Giovanni srl, 50 anni di storia e 230 dipendenti, considerata un’eccellenza nel territorio di Gela. I lavoratori hanno scritto una lettera aperta per chiedere all’Eni cambiare idea e di rivedere una decisione giudicata incomprensibile. Si tratta, scrivo i lavoratori di “un’azienda che ha sempre messo al centro noi lavoratori, tutelandoci anche nei momenti di difficoltà e verso la quale siamo orgogliosi di non vantare alcun credito. Un’azienda sana, presente in Italia in 18 siti industriali in ambito Oil&Gas e Power Generation, che ha operato in 24 Paesi nel mondo e che oggi rischia di essere messa in ginocchio da una decisione ai nostri occhi incomprensibile”.

Cosa è successo? Lunedì 6 luglio, infatti, in occasione di un incontro tra l’azienda e i sindacati di categoria Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm e Ugl Metalmeccanici, “abbiamo appreso ufficialmente che Eni sta per rescindere tutti i contratti in essere con la società – si legge nella lettera -. Perché? È questo che chiediamo ad Eni. Perché rescindere i contratti con un’azienda che ha sempre reso un servizio di eccellenza a carattere nazionale, che ha sempre investito e che si è sviluppata con sacrificio e senso del dovere? Con queste rescissioni dei contratti si rischia di perderla definitivamente.
Affinché sia chiaro a tutti, parliamo di una società che ha implementato un modello organizzativo per la responsabilità amministrativa secondo il Dgls 231 del 2001 e che si è mostrata all’avanguardia per quanto riguarda la sicurezza sui luoghi di lavoro e per i processi operativi ricevendo dalle più importanti multinazionali del settore alcuni premi relativi alle performance sul tema “sicurezza e salute nei luoghi di lavoro”.
I lavoratori non ci stanno: “Noi siamo parte integrante di tutto questo e intendiamo salvare la nostra azienda facendo sentire la nostra voce a tutti i livelli sociali, politici e istituzionali – scrivono -. La società, fino ad oggi, ha continuato ad operare nonostante la spada di Damocle fosse già da qualche mese sulla nostra testa… ma adesso basta! Abbiamo detto alla proprietà che questo buonismo nell’accettare passivamente questa assurda situazione e continuare a dare il nostro servizio non sta portando a nulla di buono e che rischiamo più di quanto si possa immaginare… Non è giusto!”

“Abbiamo scelto una forma di protesta pacifica davanti alla Raffineria di Gela. Con noi si stanno fermando, seguendo una logica di solidarietà, i dipendenti di tutti cantieri italiani della Amarù. Ma non ci fermeremo. L’azienda ha una sua anima e non vogliamo che questa muoia e, con essa, buona parte di noi dipendenti a tutti i livelli. La Amarù Giovanni srl è la nostra seconda famiglia e lotteremo affinché si salvi e rimanga attiva sul territorio”.

E infine: “Se la decisione di Eni dovesse dipendere (non vediamo davvero altre possibili motivazioni) dall’inchiesta “Double face” sul presunto sistema Montante che vede coinvolto anche l’ex amministratore della società, Rosario Amarù, non comprendiamo comunque la portata della decisione, dal momento che lo stesso, non appena appresa la notizia dell’inchiesta, si è dimesso da tutte le cariche ricoperte, cedendo anche le sue quote azionarie.
Oggi presidente è l’ingegnere Giovanni Amarù, 27 anni, che ha preso in mano le redini dell’azienda insieme con la sorella Virna, anch’essa ingegnere, in un’ottica di passaggio generazionale già avviato nel 2015.
Chiediamo pertanto ad Eni di rivedere la propria posizione senza pregiudicare la vita dell’azienda e con essa quella di 230 famiglie.
Non vogliamo “un posto di lavoro”, noi vogliamo “il nostro posto di lavoro” e lo difenderemo fino in fondo. Noi vogliamo salvare l’azienda Amarù!”

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