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Il viaggio di Carpignano nell’emancipazione di Chiara, sulle orme di Kubrick



Terzo lungometraggio della trilogia calabrese di Jonas Carpignano, “a Chiara” ci porta dentro la quotidianità di una famiglia di Gioia Tauro ed i suoi legami con la ndrangheta. Lo stile del cineasta rimane immutato, la sua macchina da presa è vicina alla realtà che racconta e gli attori non sono professionisti, in questo caso la famiglia Rotolo che reinterpreta se stessa.

In questo lungometraggio Carpignano mostra una maturità cinematografica sorprendente e pur non abbandonando il suo genere, il suo stile, il giovane cineasta si confronta, dopo averne carpito l’essenza, con Stanley Kubrick.

Il film si apre con l’immagine di Chiara a testa capovolta, l’immagine forte fotograficamente e l’illuminazione che mostra più ombre che luci, sembra quasi voler rievocare il dodicesimo arcano maggiore dei tarocchi, l’appeso.

La carta dei tarocchi evoca un’attesa nella quale si recuperano senno ed energie fino a giungere alla conclusione dell’Orlando di Calvino, ovvero la consapevolezza che il mondo va letto al contrario.

La posizione di Chiara nella prima parte del film è esattamente quella dell’appeso, la ragazzina è in attesa di capire come funzionano le dinamiche che muovono il suo mondo. Affinché tale consapevolezza si concretizzi è necessario uno shock, qualcosa che sconvolga profondamente la giovane protagonista, un evento che getti scompiglio caotico. Prima che tale evento si realizzi, la vita di Chiara è immobile.

Un’altra delle prime scene del film, mostra la giovane protagonista quindicenne correre e sudare, tuttavia questo correre non la porta da nessuna parte, rimane immobile su se stessa, di fatto sta correndo su un tapis roulant, immagine questa che sembra rievocare il paradosso di Tomasi di Lampedusa: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

L’immagine di Chiara sul tapis roulant rievoca un altro arcano dei tarocchi, il carro. Se il settimo arcano maggiore dei tarocchi, il carro appunto, è una carta che ci indica un cambiamento, il movimento verso una scoperta, verso un trionfo della ragione, in questo caso il carro è posticcio, kitsch, il movimento è presente ma fa rimanere la protagonista immobile nella posizione di partenza. Il tapis roulant suggerisce l’idea del grande potenziale di movimento, di fuga della protagonista, tuttavia il mezzo ed il contesto fanno in modo che lei rimanga immobile nella propria posizione.

Proprio nelle prime scene del film, si intravede una via di fuga, una possibile svolta che porterà la protagonista dall’ombra alla luce. Le primissime immagini sono caratterizzate da tagli di montaggio serrato che mostrano Chiara a testa in giù, in palestra, in corsa sul tapis roulant, poi un breve e poetico piano sequenza segue la giovane protagonista che avviandosi verso una scala alla cui cima si vede una luce, salendola esce fuori dalla palestra. Questa scena sembra voler preannunciare questo movimento che Chiara si troverà ad affrontare.

Avevo accennato ad un evento caotico portatore di scompiglio necessario a creare un movimento autentico, questo evento non tarda ad essere presentato: subito dopo la festa dei diciotto anni della sorella Giorgia, Chiara assiste a qualcosa di sconvolgente: l’auto del padre Claudio esplode, i carabinieri e la latitanza del padre. Da questo momento Chiara cerca di capire e carpire i segreti della sua famiglia, del suo mondo.     
Qui si intravede un rimando all’ultimo lungometraggio di Stanley Kubrick, “Eyes Wide Shut”. Nel film del grande cineasta scomparso, vediamo Tom Cruise che diviene una sorta di detective che muovendosi di notte cerca di mettere ordine, di capire e scoprire segreti, tuttavia il gran lavoro del protagonista kubrickiano non porta a nulla.
In maniera simile Chiara si muove di notte per scoprire i segreti della sua famiglia e se Tom Cruise sfugge al sogno (il protagonista di Eyes Wide Shut non sogna ed in lui è presente un’unica immagine onirica ma essa è in bianco e nero), Chiara abbraccia anche la dimensione onirica nel suo passaggio dalla veglia al sonno. L’attività onirica è forte, sono incubi e seppur essi si presentino con tinte cupe e ombrose, gli incubi di Chiara sono ricchi di colori. L’accettazione della propria attività onirica rimanda a quel movimento freudiano che facciamo verso noi stessi, verso i nostri inferi: la discesa verso l’inconscio.          
Questa continua scoperta e consapevolezza di sé in continua evoluzione faranno in modo che la ricerca del padre abbia successo. A differenza di Tom Cruise che elude sé stesso, Chiara comincia proprio da sé stessa la ricerca per giungere al padre.

Inseguendo il padre Chiara si ritroverà ad affrontare dei labirinti: i cunicoli ed i bunker utilizzati da Claudio. Ancora una volta il labirinto rimanda all’universo kubrickiano ma se i protagonisti dei film di Kubrick subiscono i labirinti ed in essi si perdono, Chiara sceglie di affrontare il labirinto e ne riesce ad uscire. Proprio grazie al coraggio con cui affronta il labirinto, Chiara si ricongiunge al padre, qui scopre la mafia e vede essa come qualcosa che intimamente l’appartiene, benché le donne siano ignare delle attività degli uomini, la dimensione mafiosa è capace di fagocitare proprio tutto e tutti. Qui Chiara si ritrova dover compiere una scelta e le scelte in quanto tale, come ci ricorda Kierkegaard, sono alla base di ogni etica. 

Chiara sceglie liberamente di emanciparsi da quel mondo, scelta indubbiamente dolorosa ma etica, si lascia alle spalle quel mondo di cui ha carpito i segreti e le dinamiche. Questo passaggio ci viene mostrato con l’espediente del diciottesimo compleanno della protagonista, compleanno assai differente rispetto a quello della sorella Giorgia. Il film quindi si apre e si chiude con due diciottesimi compleanni ma ancora meglio, il film si apre e si chiude con due corse. Se all’inizio del film Chiara corre rimanendo sempre nella stessa posizione, nel finale si vede una corsa autentica, che genera movimento, che si lascia terreno alle spalle. Il carro è giunto a maturità (il diciottesimo compleanno simboleggia il passaggio alla maturità), esso genera quel movimento trionfale verso chi decide di non subire un destino ma di costruirselo.

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