Il Mezzogiorno si candida a diventare snodo strategico tra Europa e Africa. A Maida, in provincia di Catanzaro, si è aperto il Global South Innovation 2025, forum internazionale che riunisce oltre cinquanta esperti, istituzioni e imprese per definire un nuovo modello di sviluppo per il Sud. L’obiettivo è ambizioso: trasformare il Mediterraneo in una piattaforma […]
La Sicilia della pesca e dell’agroalimentare prova a presentarsi all’estero con una formula diversa dal passato: meno iniziative isolate, più sistema. È questa la scommessa che il Distretto Pesca e Crescita Blu COSVAP ha portato a New York con il “Progetto Cluster in Sicilia”, presentato il 18 aprile alla Columbus Citizens Foundation davanti a rappresentanti istituzionali, operatori e stampa. L’idea è semplice solo in apparenza: mettere sotto un unico brand una parte dell’offerta ittica e agroalimentare dell’Isola e accompagnarla con servizi, logistica e strumenti commerciali pensati per il mercato statunitense.
Il punto vero, però, non è la vetrina newyorkese. È il tentativo di superare una debolezza storica del sistema siciliano: la frammentazione. Troppe volte il valore delle produzioni locali si è fermato sulla soglia dell’internazionalizzazione, disperso tra piccole dimensioni, scarso coordinamento e difficoltà di accesso ai mercati più complessi. Il progetto finanziato nell’ambito dei Distretti produttivi della Regione Siciliana prova a intervenire proprio qui, costruendo una struttura comune che tenga insieme promozione, presenza digitale, autorizzazioni per l’export e rete distributiva.
Nella prima fase il paniere conta oltre 34 prodotti. Dentro ci sono il gambero rosso di Mazara del Vallo, le acciughe e i derivati, preparazioni ittiche, affumicati, ma anche prodotti identitari della tradizione dolciaria e dell’agroalimentare siciliano. Il messaggio è chiaro: non si punta soltanto a vendere singole referenze, ma a raccontare una filiera e un’identità territoriale. È una scelta che guarda agli Stati Uniti non solo come sbocco commerciale, ma come mercato ad alta riconoscibilità per tutto ciò che richiama Sicilia, cucina italiana e dieta mediterranea.
Attorno a questo disegno sono stati costruiti anche gli strumenti operativi. Kala Italian Food Corporation ha curato la parte logistica dei prodotti a marchio COSVAP, mentre La Dolce Sicilia ha realizzato la piattaforma e-commerce e seguirà il digital marketing. In altre parole, il cluster non nasce come una semplice operazione d’immagine, ma come un’infrastruttura commerciale che prova a mettere in fila ciò che spesso manca alle piccole e medie imprese quando affrontano l’estero: presenza coordinata, distribuzione, comunicazione e accompagnamento tecnico.
La serata di New York, accompagnata dalle degustazioni preparate dallo chef siciliano Giuseppe Costa, è servita anche a questo: mostrare che il tema non è soltanto promuovere il prodotto, ma costruire un ponte stabile tra domanda americana e offerta siciliana. Sullo sfondo c’è un elemento che resta decisivo: il peso della comunità italo-americana, e in particolare di quella di origine siciliana, che continua a rappresentare una cerniera culturale e commerciale naturale per chi cerca spazio negli Stati Uniti con produzioni ad alto contenuto identitario.
Resta da capire se il progetto riuscirà a trasformare l’evento in mercato e la promozione in ordini. È qui che si misurerà la sua tenuta. Perché la scommessa del COSVAP è ambiziosa: passare da una somma di eccellenze a una piattaforma riconoscibile, capace di stare sugli scaffali, nell’e-commerce e nel food service americano con continuità. Se funzionerà, l’operazione potrebbe offrire un’indicazione utile anche ad altri comparti dell’economia siciliana: da soli si resta piccoli, insieme si può almeno provare a diventare una filiera.
Un aspetto, intanto, merita di essere scritto con precisione. La Dieta Mediterranea è iscritta nella lista UNESCO del patrimonio culturale immateriale dal 16 novembre 2010. La Cucina italiana, invece, è entrata nella stessa lista il 10 dicembre 2025. Vale la pena ricordarlo, perché su questi riferimenti simbolici si gioca una parte non secondaria della narrazione internazionale del made in Italy alimentare.