mercoledì, Ottobre 21
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Mafia, anche la borghesia non disdegna il metodo mafioso

C’è un inquietante spostamento della linea della palma (secondo la definizione di Leonardo Sciascia sull’evoluzione della mafia) non più in senso solo territoriale ma anche e soprattutto sociale: il metodo mafioso sta permeando anche la borghesia. Criminale ovviamente. E’ una prima risposta alle domande che hanno fatto da sfondo del convegno organizzato dal Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato di cui è presidente Umberto Santino in occasione per i 40 anni della fondazione del Centro con gli interventi di studiosi quali Alessandra Dino (Università di Palermo), Marco Santoro (Università di Bologna), Monica Massari (Università di Napoli Federico II), Rocco Sciarrone (Università di Torino) oltre, ovviamente, lo stesso Santino.

Come è cambiata la mafia in questi anni? Ma soprattutto è cambiata? Sono ancora attuali i vecchi paradigmi per leggere le dinamiche di Cosa nostra e delle altre mafie del nostro Paese? Come sono strutturate le nuove mafie? Dagli interventi degli studiosi è apparso chiaro il problema delle parole e della definizione così come quello della dinamica, possiamo dire di potere, tutta interna a Cosa nostra fino a quando Totò Riina resta in vita: lui è il capo e qualsiasi tentativo di ricostituire la commissione deve fare i conti con la sua volontà, anche se malmessa dallo stato di salute. E poi, come ha spiegato Rocco Sciarrone, restano da fare i conti sul fronte del rapporto tra mafie, corruzione e area grigia. Insomma terreni ancora tutti da arare per comprendere meglio le dinamiche in atto, per arrivare a nuove e forse più calzanti soluzioni definitorie, utilizzando magari ancora il “paradigma della complessità” che ha il copyright del Centro e di Umberto Santino che è tornato a rilanciare il progetto del “No mafia memorial”: “Il Comune ci ha dato l’immobile – ha detto – e si sta facendo carico di ristrutturarlo. Tutto il resto che è sulle nostre spalle: allestimento del percorso museale, arredi per biblioteca, laboratori, uffici ecc.”. Santino non lo dice ma la verità, in questo caso, è che sono chiamati in causa tutti: il fronte antimafia, di chi si dichiara militante, di chi è realmente impegnato. Una donazione destinata ala creazione di questa struttura (visitando il sito del centro www.centroimpastato.com vi si trovano le indicazioni) potrebbe essere veramente cosa opportuna. Perché il “No mafia memorial” serve a ricordarci cosa è accaduto in questa regione, in questo paese. Ed è una base di partenza per comprendere meglio cosa sta accadendo e cosa accadrà nei prossimi anni, come dimostra il convegno organizzato dal Centro Impastato. I magistrati ci consegnano un quadro inquientante.

Anche tra la borghesia il metodo mafioso

Cosa è successo dunque in questi anni? “E’ successo – spiega Michele Prestipino, procuratore aggiunto a Roma – che le mafie tradizionali hanno esondato dai loro territori e si sono spostate in altri territori. Hanno esondato perché hanno troppi soldi e li devono investire.  Noi abbiamo visto che uno dei Rinzivillo, che era stato scarcerato e si era stabilito a Roma, incontrava Giuseppe Guttadauro e un Inzerillo. Se i Graviano vogliono investire a Roma lo possono fare con altri soggetti e se si spostano un motivo c’è.  Non ci sono solo i soldi ma anche gli stupefacenti: Roma in questo momento rappresenta uno snodo fondamentale per il narcotraffico internazionale: i boss della ‘ndrangheta hanno basi a Roma e incontrano i broker, la cocaina transita per Roma. In questo momento nella Capitale vi sono centinaia di piazze di spaccio che lavorano h24 e ci sono organizzazioni che hanno organizzato i turni per i pusher per iscritto. Si tratta di decine e decine di organizzazioni che comprano dai calabresi e dai campani e  grazie a questi contatti costruiscono relazioni per un futuro scambio di utilità criminali. Nelle intercettazioni cominciano a riecheggiare concetti e termini che appartengono alle mafie tradizionali. Hanno capito che con il consenso sociale possono fare più affari”.  C’è solo questo? Assolutamente no. C’è di peggio: “Abbiamo piazzato delle microspie nello studio di un commercialista che ha lo studio nel cuore di Roma, in Largo Fontanelle Borghese: da quella microspia è derivata un’indagine su gare d’appalto E abbiamo scoperto che lo studio era frequentato dal grande imprenditore ma anche dall’albanese narcotrafficante e anche da altri. Un vero e proprio laboratorio criminale. Cosa mi preoccupa? Mi preoccupa il fatto che si sta diffondendo anche in pezzi della borghesia il concetto e la categoria del metodo mafioso. Non vorrei – dice ancora Prestipino – che noi fossimo responsabili di un ritardo storico. Prendiamoci tutto il tempo che serve nel frattempo però il metodo mafioso, secondo la linea della palma, sta camminando in senso geografico e sociale. E’ un problema politico. Ho preoccupazione che si affermi nel nostro Paese un modello culturale che è spaventoso: secondo questo modello se non c’è un siciliano o un calabrese non c’è mafia”.

Cos’è mafia e cosa no. Parla la Cassazione

Interessante anche la premessa da cui è partito Prestipino, magistrato impegnato insiemje ad altri nell’inchiesta Mondo di mezzo che ha disvelato “mafia capitale” anche se la sentenza di primo grado ha azzerato l’accusa di associazione mafiosa per Carminati e coimputati vari. E il procuratore aggiunto di Roma ha portato ancora una volta ad esempio una sentenza della Corte di cassazione che si è rivelata più evoluta nelle interpretazioni rispetto a certe corti giudicanti. Cosa scrivono i giudici della Cassazione (la seconda sezione presieduta da Piercamillo Davigo)? “La corte territoriale d’Appello era incorsa in un’errata applicazione della legge penale, non tenendo conto che possono assumere connotazione mafiosa anche nuovi gruppi composti da un numero limitato di persone e con zone e settori d’influenza limitati… il corredo probatorio peraltro dimostrava come la forza di intimidazione fosse esercitata in diversi luoghi di ritrovo». Ma il passaggio più significativo è  quello in cui traspare la linea della sezione. «Nel reato di associazione mafiosa rientrano tutte quelle organizzazioni nuove, pur disancorate dalla mafia tradizionale, che tentino di introdurre metodi di intimidazione e omertà, di sudditanza psicologica». E in questo caso Prestipino è netto: “Questa sentenza ci fornisce due chiavi di lettura: un punto di vista strutturale e poi ci dice che il potere criminale può non riguardare solo in territorio ma anche un ambiente. Che può essere anche un settore di attività. Piccole mafie con struttura semplificata che esercitano un potere di assoggettamento su un ambiente. Che è quello che è successo con Mondo di mezzo (lo dice la Cassazione non io): il condizionamento può riguardare anche il settore delle libertà economiche”.

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