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Le previsioni economiche servono se aiutano a capire dove si va e perché. Quando invece si limitano a produrre classifiche, senza spiegare i meccanismi che le generano, rischiano di diventare esercizi statistici autoreferenziali. È il caso delle stime diffuse dall’Ufficio studi CGIA, basate su elaborazioni Prometeia, che collocano la Sicilia tra le regioni con la crescita più bassa nel 2026 (+0,28 per cento), terzultima a livello nazionale.
Il dato colpisce soprattutto se letto insieme a un altro numero contenuto nello stesso studio: tra il 2019 e il 2025 la Sicilia avrebbe registrato una crescita del Pil pari a +10,92 per cento, uno dei risultati migliori d’Italia. Un’accelerazione seguita, improvvisamente, da una quasi stagnazione. Il punto non è stabilire se la previsione sia “giusta” o “sbagliata”, ma chiedersi come si arrivi a questa conclusione.
Nel documento, infatti, il metodo utilizzato per le stime regionali e provinciali non viene esplicitato. Si fa riferimento generico a dati Prometeia, ma senza indicare quali variabili territoriali siano state considerate, se le previsioni derivino da modelli settoriali locali o da una semplice ripartizione del dato nazionale, né se siano state applicate correzioni legate a fattori decisivi come il Pnrr, la spesa pubblica o i grandi investimenti infrastrutturali. Un limite non marginale, soprattutto per regioni come la Sicilia, dove la crescita dipende in misura rilevante da elementi esogeni e non replicabili meccanicamente anno su anno.
La differenza di trattamento emerge in modo evidente nel confronto con le regioni del Centro-Nord. Per l’Emilia-Romagna, indicata come locomotiva del Paese nel 2026, lo studio richiama esplicitamente la tenuta della metalmeccanica, dell’automotive, delle biotecnologie, l’export e la solidità del mercato del lavoro. Per la Sicilia, invece, non viene fornita alcuna chiave di lettura settoriale: niente agrifood, niente energia, niente turismo, niente logistica, niente Zes. Solo un numero finale.
Ancora più problematico è il quadro provinciale. Alcuni dati risultano estremi e privi di contesto economico: Siracusa registra un +44,74 per cento nel periodo 2019–2025, per poi scendere a +0,18 nel 2026; Ragusa ed Enna entrano addirittura in territorio negativo. Numeri che, senza una spiegazione legata a singoli impianti industriali, cantieri, effetti-base o conclusione di grandi investimenti, rischiano di generare più confusione che informazione.
La sensazione complessiva è che le previsioni territoriali riflettano una distribuzione “meccanica” della crescita nazionale: valori più elevati al Nord, compressione del Mezzogiorno, con la Sicilia penalizzata in modo quasi automatico. Un approccio che può avere una coerenza statistica interna, ma che non equivale a un’analisi economica dei territori.
Per un’economia regionale come quella siciliana, oggi attraversata da dinamiche complesse — transizione energetica, fondi europei, grandi opere, turismo in crescita ma instabile, filiere agroalimentari in trasformazione — il problema non è tanto il segno “più” o “meno” davanti a una percentuale. Il problema è l’assenza di una spiegazione del perché.
Senza trasparenza metodologica, le previsioni rischiano di essere lette come verdetti, quando in realtà sono ipotesi. E per chi deve decidere investimenti, politiche pubbliche o strategie industriali, un numero senza metodo è solo un numero.