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Quale futuro per il commercialista? Coprotagonista della politica economica



di Francesco Paolo Trapani

Sono iscritto all’Ordine quale Dottore Commercialista dal lontano luglio 1999. Sono arrivato tardi alla libera professione, dopo aver ricoperto, dal febbraio 1991, varie posizioni nell’area Vendite in diverse società. 31 anni sulla piazza. Un bel po’…


Appartengo alla Generazione X (per un pelo), quella nata tra il 1965 ed il 1980, generazione testimone di trasformazioni economiche e sociali quali la nascita di Internet, dei cellulari, degli smartphones e dei social media. Una generazione che ha vissuto il cambiamento senza però possedere nativamente le chiavi per poterlo correttamente decodificare.
Sappiamo confrontarci con le nuove tecnologie ma, probabilmente, non ne comprendiamo sino in fondo le dinamiche, soprattutto dal punto di vista economico e lavorativo, avendo sostanzialmente operato in un mondo creato dalla generazione precedente, i cosiddetti Baby Boomers.
Questa difficoltà appare evidente anche nel modo con il quale la nostra categoria sta affrontando un lavoro che cambia. Quadri dirigenziali Associativi ed Ordinistici non riescono a comprendere sino in fondo il modificarsi del quadro di contesto e sembrano arroccati su posizioni decisamente anacronistiche legate quasi esclusivamente alle attività di natura fiscale.

La crisi delle vocazioni


Stiamo, da tempo, assistendo ad una latente crisi delle vocazioni e sempre meno studenti dichiarano di vedersi, nel loro futuro lavorativo, quali Commercialisti tradizionali e ciò è ancora più evidente con la Generazione Y che, da poco più di un decennio, si è affacciata sul mondo del lavoro.
Con la Generazione Y o Millennials si indica la generazione dei nati tra il 1980 e il 1996. La Generazione Y è seguita dalla Generazione Z ovvero i nati tra il 1997 ed il 2012, questi ultimi non ancora pienamente entrati nella fase lavorativa della loro vita.
Secondo una recente analisi condotta da Yu-kai Chou, Studioso Taiwanese Americano, tra i massimi esperti della Gamification, questa generazione ed ancor più la successiva, sono nate in un contesto fortemente influenzato dal sovraccarico di informazioni e da complessi meccanismi di gratificazione e minaccia indotti dall’uso costante di videogiochi e, pertanto, non riescono a trovare interesse per attività ancorata all’ossessivo ripetersi di adempimenti a meno che, queste attività ripetitive non assumano connotazioni precise che ricordano l’architettura dei videogiochi (da qui il termine gamification).
Rimandando il lettore per approfondimenti sulla materia, all’opera di Chou Actionable Gamification: Beyond points, badges, and leaderboards, è comunque possibile applicare i concetti ivi espressi in ogni attività umana, sia essa economica che sociale.
Uno degli ambiti dove tale nuova disciplina trova facile e piena applicazione è il Workplace o ambito lavorativo. La Gamification, infatti, analizza ciò che rende gratificante e soddisfacente una attività ludica per trasferirla in un ambiente reale.

Applicare le teorie della gamification

Applicare le teorie della gamification alle attività professionali è operazione tutto sommato abbastanza semplice e, ad avviso di chi scrive, quello che, principalmente manca, ad oggi, nelle professioni contabili è ciò che Yu-Kai Chou chiama “Epic meaning & calling Driver” ovvero il desiderio di partecipare a qualcosa di molto più grande di noi e di contribuire alla creazione di un bene collettivo.
I game designer conoscono bene questa particolare esigenza insita in ciascuno di noi e sfruttano questo elemento nella definizione dell’architettura dei giochi attraverso una narrazione epica e scopi ed obiettivi in grado di influenzare ciò che ci circonda.

E’ evidente come le attività classiche del Commercialista tradizionale si presentino, ad oggi, come un semplice ripetersi di eventi, procedure ed adempimenti di natura fiscale sui quali il professionista non ha alcun controllo.
Esse sono oggettivamente legate al benessere collettivo e garantiscono allo Stato di fornire una serie di servizi essenziali alla collettività ma la totale assenza di qualsiasi legame tra la fase decisionale e la fase meramente operativa rende gli adempimenti contabili totalmente scevri da qualsiasi contenuto “epico”.

Commercialista lontano dalla stanza dei bottoni


Nei fatti, il Commercialista non ha alcun ruolo nelle decisioni di politica economica e l’essersi richiuso in un recinto meramente esecutivo, l’ha allontanato dalla “stanza dei bottoni”: la redazione di un dichiarativo, la compilazione di un F24, la redazione di un Bilancio costituiscono un piccolo ingranaggio della grande macchina attraverso la quale si muove l’economia e non garantiscono immediato feedback rispetto alle scelte intraprese.
Nessuna gratificazione, se non quella legata al compenso, deriva dallo svolgimento di queste attività e tutto ciò restituisce un senso di frustrazione ed alienazione visibile in moltissimi colleghi. Cosa fare allora per garantire un futuro ad una nobile professione che, ricordiamo, garantisce allo Stato di funzionare erogando servizi essenziali?

Gli scenari possibili


Come fare per rendere attrattiva questa professione anche alle nuove generazioni?
Due scenari possibili:

  1. La rivendicazione di riserve e privative rispetto ad attività senza barriere all’ingresso;
  2. La presa d’atto di un mondo che cambia con il conseguente riorientamento formativo degli
    studenti e dei professionisti;
    Da sempre il mondo delle professioni contabili cerca di costruirsi ambiti esclusivi ma tale aspettativa è stata con costanza disillusa dal legislatore. Ambiti nominalmente riservati alle professioni contabili vengono abilmente aggirati dalla concorrenza che, in assenza di sostanziali barriere, trova sempre il modo per eludere le norme.
    Ma, adesso, è lo stesso Stato, attraverso l’Agenzia delle Entrate a voler sostituire le professioni contabili attraverso l’uso massivo dei cosiddetti Big Data. In un futuro non particolarmente lontano, sarà direttamente lo Stato a gestire le procedure di calcolo e versamento delle imposte per ogni singolo contribuente. E se ciò è già praticamente realtà per le persone fisiche, a breve lo sarà anche per le società.
    Pensare, pertanto, di poter difendere un mercato sostanzialmente maturo equivale a prolungare l’agonia di un settore sostanzialmente destinato a scomparire e non risolve certo il problema della scarsa gratificazione delle nuove generazioni.
    E’ pertanto auspicabile un cambio di paradigma nell’esercizio delle scelte.

L’importanza sociale di una professione

Occorre recuperare la consapevolezza dell’importanza sociale di una professione troppo spesso relegata quale ultimo terminale dell’azione governativa, ultimo ingranaggio necessario per il concreto recupero delle “tasse”.
Per fare questo è, a parere di chi scrive, necessario riconfigurare il rapporto con il Legislatore rivendicando, per il Commercialista, un ruolo di attore nelle scelte di politica economica. I nostri colleghi fiscalisti sono, in effetti, i soli a poter rapidamente comprendere gli effetti di un intervento di natura fiscale e sono i principali conoscitori delle dinamiche economiche di un territorio. Dall’altro lato è altresì necessario che i Professionisti recuperino il sapere appreso sui banchi dell’Università, soprattutto in tema di ciclo di vita del prodotto. In ultima analisi, per rendere attrattiva questa professione, occorre recuperarne l’importanza sociale e la capacità di influenzare l’ambiente (economico) che ci circonda.
Solo così possiamo sperare in un ricambio generazionale. Continuare ad essere l’ultimo terminale dell’Agenzia delle Entrate ci renderà presto obsoleti e, pertanto, oggettivamente inutili.

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