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Il cosiddetto bonus psicologo, nato per offrire sostegno a chi vive un disagio psicologico, si sta rivelando l’ennesima prova di come in Italia le buone intenzioni possano trasformarsi in una norma discriminatoria. Il provvedimento, infatti, esclude di fatto migliaia di psicologi abilitati dalla possibilità di erogare le prestazioni coperte dal contributo, riservando il beneficio solo agli psicoterapeuti.
Una scelta che non ha alcuna giustificazione né scientifica né giuridica. Gli psicologi iscritti all’albo, dopo anni di università, tirocinio e abilitazione, sono pienamente competenti nel fornire supporto e prevenzione. Eppure vengono tagliati fuori per un requisito – la specializzazione in psicoterapia – che non è necessario per la maggior parte degli interventi di sostegno previsti dal bonus.
Un ordine che non tutela tutti
Grave, in questa vicenda, è anche il comportamento dell’Ordine degli Psicologi, che dovrebbe essere il garante della professione. Invece di difendere l’insieme dei propri iscritti, sembra accettare che esista una categoria di “figli e figliastri”: chi può permettersi una scuola quadriennale di psicoterapia e chi, per motivi economici o di scelta professionale, resta escluso.
È una frattura che mette in discussione la credibilità stessa dell’istituzione ordinistica, nata per rappresentare e tutelare tutti.
Una violazione dell’articolo 3 della Costituzione
Il punto non è solo corporativo. È costituzionale. L’articolo 3 della Carta stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di condizioni personali e sociali.
Eppure la norma sul bonus psicologo discrimina apertamente tra professionisti ugualmente abilitati, introducendo una barriera economica e formativa che non ha alcuna attinenza con la qualità delle cure richieste.
Si tratta, in sostanza, di una norma incostituzionale, che crea un privilegio di casta e calpesta il principio di uguaglianza.
Il solito Paese dei privilegiati
Il paradosso è evidente: in un momento storico in cui il disagio psicologico dilaga e le famiglie faticano a sostenere i costi delle cure, lo Stato sceglie di restringere l’offerta di professionisti invece di ampliarla.
Si crea così il solito scenario tipicamente italiano: un Paese dei privilegiati, dove chi ha potuto investire migliaia di euro in scuole private è favorito, mentre migliaia di psicologi qualificati vengono relegati a professionisti di serie B.
È tempo che il legislatore corregga la rotta, che l’Ordine si assuma le proprie responsabilità e che si ristabilisca un principio elementare: la tutela della salute mentale non può diventare l’ennesima occasione di discriminazione e rendita corporativa.