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In Italia oltre 100 tavoli di crisi: tessile ad alto rischio



Sono scesi sotto quota 100 i tavoli di crisi aperti in tutta Italia nell’anno della pandemia da Covid 19. Erano 150 18 mesi fa e si sono ridotti a 99, di cui 64 attivi e 35 di ‘monitoraggio’, ma la lista rischia di tornare a crescere. E’ il quadro a pochi giorni dal giuramento e dalla fiducia accordata dal Parlamento al governo guidato da Mario Draghi, che si è già trovato di fronte ai primi ostacoli, dall’ex-Ilva di Taranto alla Whirlpool di Napoli, da Alitalia alla ex-Embraco di Chieri (Torino).

Una mappa dei tavoli di crisi che percorre l’intero Paese da Nord a Sud, e che ogni giorno si arricchisce di nuove bandierine che possono portare a problemi di tenuta sociale, generando vere e proprie tensioni sul territorio.

Le più recenti sono in Lombardia, in provincia di Como, con la Henkel di Lomazzo, e in provincia di Lecco, con la Sicor-Teva di Bulciago. Entrambe sono filiali italiane di multinazionali, la prima del colosso chimico tedesco Henkel, la seconda del gruppo farmaceutico israeliano Teva Pharmaceutical. Nel primo caso sono a rischio 81 posti di lavoro diretti, che salgono a 150 compreso l’indotto, nel secondo 109.

Sembra risolta invece la crisi della Rcf di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), con la recente la retromarcia del titolare della Rcf di Reggio Emilia Arturo Vicari, che ha confermato di non voler più chiudere l’impianto marchigiano, che da fabbrica di apparati audio diventerà un ‘polo dell’elettronica’.

I sindacati sono invece al lavoro per risolvere la crisi della Corneliani di Mantova, nel settore della moda, che, spiega il segretario generale della Femca-Cisl della Lombardia Paolo Ronchi, vede coinvolti 500 lavoratori. “Stiamo lavorando con un nuovo imprenditore”, afferma il sindacalista che, per il solo settore del tessile, indica una percentuale di lavoratori a rischio, secondo le proiezioni dei sindacati, pari al “20% in Lombardia e al 30% in Italia” e oggi “non possiamo perdere ulteriori potenzialità”.

Ai colossi come la ex-Ilva di Taranto si affiancano aziende di piccole o medie dimensioni e anche multinazionali, cercando in qualche misura di “aggirare” il blocco dei licenziamenti attraverso la proclamazione di stati di crisi. “Il blocco – indica Ronchi – non impedisce oggi la chiusura di un’azienda o il licenziamento individuale con la conciliazione”. Ma il sistema soffre anche di un altro male, l’assenza di formazione.

Secondo i sindacati, in Lombardia ad esempio “mancano oggi 100mila figure specializzate”, una carenza che si può estendere anche ad altre parti del Paese. “Presto – spiega il segretario generale della Fim-Cisl della Lombardia Mirko Dolzadelli – ci sarà il problema del turnover dei babyboomer e oggi mancano all’appello i lavoratori specializzati”. Il sindacalista ritiene necessario “investire sulla formazione per rilanciare l’industria, unico settore in grado di assicurare la ripresa dell’economia”. “Nella crisi del 2008 – spiega – fu il terziario a riassorbire i posti di lavoro persi dall’industria, ma convertire oggi i lavoratori dal terziario all’industria è più difficile” senza formarli adeguatamente. 

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