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Antonio D’Amore, ingegnere del cuore: “Così progetto valvole cardiache adattabili al corpo umano”

Tra Palermo a Pittsburgh, capoluogo della contea di Allegheny in Pennsylvania, ci sono 7.636 chilometri. Tanti ne ha dovuti percorrere il palermitano Antonio D’Amore per poter diventare ricercatore e assistant professor nei dipartimenti di chirurgia e bioingegneria dell’università di Pittsburgh, uno dei maggiori centri per la medicina rigenerativa. Una disciplina che si propone di riparare gli organi danneggiati basandosi sulla capacità dell’organismo di autorigenerarsi.

Nello specifico D’Amore, 41 anni e finalista agli Issnaf Awards 2018 per la categoria Franco Strazzabosco Award for Young Engineers, si occupa di studiare il cuore, o meglio la struttura e funzione delle sue valvole. «Il mio – dice – è un percorso particolare perché nasco ingegnere. Mi sono laureato in Ingegneria meccanica all’Università di Palermo e, dopo la laurea specialistica in Ingegneria biomedica all’Imperial College di Londra, ho deciso di approfondire la mia passione per lo studio dei tessuti». Nel 2008, fatte le valigie, salpa alla volta degli Stati Uniti dove consegue il dottorato di ricerca in Biomechanics and Tissue Engineering. L’università è quella di Pittsburgh. Qui porta avanti la sua ricerca e in parallelo viene nominato responsabile di un programma nello stesso ambito per la Fondazione RiMED. «Se fossi rimasto in Italia? Avrei fatto meno della metà delle cose che ho fatto oggi. Il mondo della ricerca nel nostro Paese soffre a causa di processi di reclutamento e di distribuzione delle risorse finanziarie non sempre meritocratici mentre qui in America esistono condizioni che consentono di fare la differenza».

E per D’Amore «fare la differenza» significa portare a compimento un progetto su cui sta lavorando da diversi anni: sviluppare una tecnologia di protesi che permetta di creare una valvola cardiaca ‘adattabile’ al corpo umano. Un modo per superare il limite delle attuali valvole meccaniche e delle bioprotesi che, costruite con materiali tra cui il metallo o tessuti derivati dagli animali, costringono il paziente a dipendere a vita dai farmaci anticoagulanti o si deteriorano prematuramente. «Assieme al mio gruppo di ricerca», spiega D’Amore, «sto testando l’impiego di strutture di supporto, che potremmo definire temporanee, in grado di combinarsi con le cellule del paziente. L’idea è che una volta impiantato questo supporto si degradi e venga rimpiazzato dal tessuto prodotto dal paziente stesso». In questo modo si potrebbe incrementare la vita utile delle protesi, svincolandosi dall’uso della terapia anticoagulante. Tra i vantaggi la possibilità di effettuare un solo intervento d’impianto. «Pensiamo ai bambini con patologie valvolari congenite – aggiunge D’Amore -. Oggi devono sottoporsi a impianti multipli perché crescendo necessitano di valvole via via più grandi. Questa protesi innovativa in principio sarebbe invece in grado di crescere con loro».

Lo studio è attualmente a uno stadio preclinico avanzato. «Stiamo cercando fondi per portare avanti la ricerca – spiega D’Amore – e per ora abbiamo effettuato con successo dei test sugli animali. Contiamo però nei prossimi anni di ottenere risorse finanziarie necessarie per le sperimentazioni successive che speriamo possano condurre al trial clinico». Nel frattempo D’Amore, coordinatore di un team internazionale di chirurghi e ingegneri da tutto il mondo, è impegnato anche come tutor e insegnante. «Negli anni ho avuto il piacere di formare diversi studenti. Attualmente nel progetto delle valvole cardiache sono coinvolti dei giovanissimi italiani, ingegneri biomedici e dottorandi in biotecnologie. A loro cerco di trasmettere la passione per quello che ho imparato e soprattutto l’impegno per un’Italia che nelle scelte concrete riconosca scuola, università e infrastrutture per innovazione come una priorità». 

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