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Aree industriali Palermo: terra di nessuno e degrado senza fine



“Tre aree industriali, tre avamposti di degrado, tre discariche a cielo aperto: Brancaccio, Carini, e Termini Imerese sono terra di nessuno. Qui non mancano i servizi utili alle imprese. Qui mancano i requisiti minimi di civiltà”, sono le parole che usa il presidente di Sicindustria Palermo, Alessandro Albanese, per descrivere lo stato dei tre agglomerati nella provincia di Palermo. Montagne di rifiuti, poca luce, strade colabrodo, manutenzioni ordinarie inesistenti. La manutenzione straordinaria avviene solo grazie ad antichi progetti, a cui si dà corso con anni e anni di ritardo. E che dire della videosorveglianza, questa sconosciuta.
Eppure le imprese pagano le tasse. L’Imu, e anche la Tari.

Quello della Tari è un paradosso. E gli imprenditori sono vittima di un duplice danno e di una duplice beffa.
Il danno. Prima di tutto è estremamente pericoloso lavorare in condizioni igieniche da sottosviluppo. E poi, come si ospita la visita di un committente, un cliente, un fornitore, se davanti al tuo cancello c’è un tappeto di immondizia?
La beffa, anche qui, due volte. Per un corto circuito normativo-burocratico, i Comuni non sono autorizzati a fare la raccolta dei rifiuti nelle aree industriali. Ma incassano le imposte sui rifiuti. Sì, le imprese pagano la Tari, il tributo dovuto alle amministrazioni comunali per il servizio di raccolta.
Secondo gli industriali palermitani, guidati da Albanese: “La raccolta dei rifiuti in aree industriali dev’essere una competenza dei Comuni in cui le aree ricadono da programmazione urbanistica. Occorre un intervento del presidente della Regione e dell’assessore regionale delle Attività Produttive per porre rimedio a questa situazione non più sostenibile. Perché la desertificazione delle aree è anche colpa della carenza di infrastrutture e della mancanza di un modello di sviluppo economico industriale. Occorre ripartire da qui – conclude Albanese – . E la soluzione è quella di una proposta di legge che ponga fine a questo paradosso per cui le imprese pagano le tasse per un servizio che non c’è”.

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