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Dopo tre anni Tar certifica il “papocchio”: ricorrenti ammessi al concorso in polizia

Era finito nell’occhio del ciclone per evidenti irregolarità e aveva conquistato le prime pagine dei giornali, guadagnandosi l’appellativo di “papocchio”. Oggi, a distanza di tre anni, il Tar certifica gli errori al concorso per 1400 vice ispettori di Polizia, riammettendo alla selezione i ricorrenti assistiti dallo studio legale Leone-Fell, il più grande studio di diritto amministrativo d’Italia per numero di ricorsi.

Facciamo un passo indietro. Nel dicembre del 2015, veniva pubblicato l’esito della prova scritta del concorso interno per 1400 posti per vice ispettori della Polizia di Stato. Gli esiti della prova non convincono gli esclusi che gridano sin da subito allo scandalo. Il successivo accesso agli atti confermava le gravissime irregolarità intercorse durante la correzioni dei temi e la presenza di errori macroscopici in compiti che avevano comunque ottenuto la sufficienza.

Lo Studio legale Leone-Fell, dopo aver verificato le segnalazioni inviate dai candidati, ha assistito più di 50 concorrenti esclusi che, oggi, potranno finalmente essere riammessi al concorso.

“Si tratta di una sentenza destinata a cambiare la storia dei concorsi pubblici – dichiarano gli avvocati Francesco Leone e Simona Fell, soci fondatori dello Studio legale Leone-Fell, e Raimonda Riolo che ha collaborato nell’azione di difesa dei ricorrenti – la decisione del Tar legittima quanto finora sostenuto e denunciato. Per i nostri ricorrenti è arrivata la tanto attesa giustizia e potranno finalmente completare l’iter concorsuale da cui erano stati illegittimamente esclusi”.

Una battaglia combattuta sempre in prima linea, al fianco dei ricorrenti e dell’associazione “Tutela e trasparenza”, che aveva già portato l’Amministrazione a rivedere il suo operato con una “ricognizione” degli atti concorsuali mediante la nomina di una nuova commissione presieduta dal prefetto Piantedosi.

L’allora Capo della Polizia Gabrielli aveva definito il concorso un vero “papocchio”, rilevando, in diverse occasioni, le criticità connesse proprio alla correzione dei temi. Nonostante questo, il Ministero aveva comunque deciso di definire la procedura concorsuale e pubblicare la graduatoria definitiva del concorso, omettendo però di rendere pubblici i verbali redatti in quella sede. Richiesto nuovamente l’accesso agli atti, per visionare i verbali della Commissione di ricognizione, i timori dei ricorrenti venivano ancora una volta confermati.

Dai verbali è emerso che la Commissione Piantedosi e la stessa Avvocatura dello Stato, con proprio parere, avevano rilevato l’irregolarità della procedura concorsuale: nella seconda correzione degli elaborati dei ricorrenti, la commissione aveva non solo attribuito la sufficienza, ma anche rilevato la completa incongruenza tra il voto assegnato in sede concorsuale e i criteri di valutazione.

Lo stesso Tar del Lazio ha confermato che «la Commissione Piantedosi, dopo aver proceduto alla lettura di tutti i temi dei candidati che avevano proposto ricorso giurisdizionale e di un campione limitato dei temi dei candidati idonei (corrispondente al 10%, per un totale di 221 elaborati), onde apprezzare l’omogeneità di applicazione dei criteri valutativi seguiti ed adottati dalla Commissione di concorso, ha effettivamente riconosciuto “l’esistenza di un numero consistente di elaborati che avrebbero dovuto passare il vaglio della Commissione seppur ritenuti ingiustamente insufficienti all’esito della prima correzione e viceversa”».

E, definendo l’operato della Pubblica Amministrazione come irragionevole, illogico e quindi del tutto erroneo, ha accolto i ricorsi, annullando i giudizi di esclusione e disponendo la ricorrezione degli elaborati.

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