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Mafia: il metodo Falcone e il mutamento mafioso che non riusciamo a cogliere



Ogni volta è una meraviglia. Non si capisce quanto vera, genuina. “La mafia ha cambiato pelle” dice questo o quel politico, questo o quel magistrato.  O addirittura, negli ultimi tempi, “La mafia è stata sconfitta”. Punto e basta. Anzi addirittura il problema è ora l’antimafia. Potrebbe essere un’idea sbarazzarci anche di quella. In fondo basta il sospetto o il racconto di qualche pentito per tenere aperto un  procedimento all’infinito. Chissà cosa ne avrebbe detto Giovanni Falcone che invece sulle regole del diritto e il rispetto delle regole non transigeva. Anche questo purtroppo manca: la cultura giuridica in fatto di mafia di Giovanni Falcone. Ma questo è un altro discorso.

Qui il tema è la grandeur delle forze criminali mondiali. Quelle che scatenano dosi di meraviglia: vero? E’ successo? I giornali sparano un bel titolone che dipende dalla carica ricoperta dal politico o dal magistrato che ha fatto la pomposissima dichiarazione ma senza considerare il vecchio detto siciliano che inchioda la superficialità e i superficiali: “Chiù ranni è a pinsata chiù rossa e a minchiata (Più grande è il pensiero o il ragionamento, più grossa sarà la sciocchezza detta)”. E a quel punto scatta la grande meraviglia. Così è nato e viene coltivato il mito della grande potenza universale delle mafie, globalizzate, strutturate, onnipotenti, onnipresenti. Cosa possibile, anzi probabile ma non ancora provabile, almeno come assunto universale.

Secondo certe affermazioni siamo di fronte alla grande Spectre di Cosa nostra anzi delle Cose nostre (soprattutto la ‘ndrangheta) in grado di rendere tutto possibile trasformando le pietre in oro. Che vi siano grandi capacità non vi è alcun dubbio, così come non vi è alcun dubbio che vi siano grandi complicità tra le imprese e i professionisti. Ma, andando a vedere la massa di rapporti annuali, il meraviglioso nulla ci assale e subentra la depressione. Perché della Spectre non c’è traccia, non c’è traccia di grandi inchieste sul riciclaggio internazionale, non c’è traccia di elementi che possano farci pensare all’esistenza, concreta, di una grande mafia internazionale. Siamo nel solco della tradizione, del già visto, con tecniche utilizzate dai mafiosi di casa nostra migliaia di altre volte. Non desta alcuna meraviglia, invece, la scarsa attitudine degli investigatori italiani ad approfondire alcuni temi, a mettere il naso in certi affari complessi. O forse non è nemmeno un problema di attitudine. Forse, anche per i cambiamenti normativi di questi anni, è proprio complicato, se non addirittura impossibile fare le indagini in alcuni settori, in alcuni ambienti. E’ proprio complicato dimostrare un nesso tra la mafia e la finanza e l’imprenditoria: una triangolazione che noi diamo per assodata, certa, sicura ma che alla prova dei fatti rischia di non reggere. Perché i magistrati, come è ovvio che sia, hanno bisogno di prove non di fantasie meravigliose.

Ormai c’è una vasta letteratura sul riciclaggio, sui Paesi regno della finanza off shore, sui paradisi fiscali. Ma in tutta questa vasta letteratura non si riesce a individuare il filo unico che porta alle mafie o meglio ci si riesce solo in casi eccezionali. Si potrebbe ben dire che  per comprendere il destino dei soldi mafiosi molto di più è stato fatto negli anni Novanta per comprendere. In un momento in cui l’insegnamento di Giovanni Falcone ma prima di lui di Chinnici era ancora fresco nella memoria di magistrati e inquirenti. In un momento in cui, forse, anche per rispondere alla violenza delle stragi si sentiva più forte il dovere di colpire i mafiosi nella “robba”. In linea teorica, oggi, sappiamo molto sui movimenti internazionali di denaro, sulla costruzione di società nei paradisi fiscali, ma poco sappiamo sulla reale presenza di queste società, di derivazione criminale, nell’economia reale, nei sistemi economici mondiali: che sia l’Italia o, per dire, l’Argentina, che so il Cile, la Spagna. Una stima, recente, riferita al “contributo” dato dai criminali alla soluzione della crisi delle banche mondiali dopo il 2008, è talmente di proporzioni enormi da apparire irreale. Eppure la fonte è autorevole trattandosi di Antonio Maria Costa, responsabile dell’ufficio Droga e crimine dell’Onu: perché non «non è la mafia a cercare la finanza, ma viceversa» sostiene qualche magistrato dell’antimafia. I casi certo non mancano. Anche se non sono italiani ma in tempi di finanza globalizzata è poco rilevante visto che i flussi si muovono comodamente da una parte all’altra del globo. In ogni caso i fatti sono tiranni: la Wachovia Bank tra il 2006 e il 2010 ha riciclato 380 miliardi di dollari del cartello messicano e nel 2014, approfittando della «procedura differita» offerta dal Tesoro Usa, gli amministratori della banca hanno evitato sanzioni impegnandosi a «non ricadere nel reato in futuro». Per la banca una multa di 160 milioni di dollari, solo il due per cento dei profitti annuali. Nel frattempo, si può immaginare, i 380 miliardi provenienti dal traffico internazionale di droga degli altri affari criminali del cartello di Sinaloa sono diventati limpidi come l’acqua alla fonte, pronti per essere riutilizzati per attività perfettamente legali. Certo quella massa di denaro fa veramente impressione è dunque colpisce l’immaginario collettivo.

E in Italia? Cosa succede nel nostro Paese? Finora nessuna banca è stata veramente colpita: il recente sequestro di una Bcc in provincia di Trapani ci rivela il bancomat della mafia non la cassaforte. O meglio: nessuna grande banca italiana e non di recente. Perché in verità, in Sicilia, le inchieste sulle grandi banche sono state fatte proprio da quei magistrati che poi la mafia ha fatto saltare in aria: ha cominciato Chinnici, hanno continuato poi Falcone, Borsellino. Abbiamo visto come è andata a finire. Ci sono santuari intoccabili in cui è stata celebrata la liturgia dell’arricchimento criminale in anni che ormai ci sembrano appartenere alla protostoria. E non se ne deve più parlare. Anche la legislazione del nostro paese., in qualche modo, ha provato a mettere una pietra sopra. E non parliamo solo di Sindona e di Calvi, non parliamo solo dei grandi scandali finanziari che hanno coinvolto pesantemente il Vaticano. Ci sono milioni di euro spariti nel nulla, evaporati. Possibile? No, affatto. Quei soldi ci sono ancora anzi hanno prodotto altri soldi, altri affari, altre iniziative.

In alcuni casi siamo riusciti a sapere qualcosa ma ancora non tutto o troppo poco. Si prenda la storia di Vito Roberto Palazzolo o se vogliamo Robert Van Palace Kolbatschenko, il suo nuovo nome acquisito in Sudafrica dove per anni ha continuato a fare affari e ad avere rapporti con imprenditori, capi di Stato, politici di vario genere. La storia di Palazzolo, ormai nota quasi nei minimi dettagli, potrebbe essere il paradigma della trasformazione del denaro mafioso: condannato a 9 anni a Palermo per i suoi rapporti con la mafia, Palazzolo è stato il tesoriere di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

 

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