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Quello strano caso delle arance vendute ai cinesi



Vendere arance ai cinesi è un po’ come vendere ghiaccio agli eschimesi. E’ un po’ questa la riflessione che viene da fare leggendo l’analisi pubblicata oggi dal quotidiano La Repubblica a firma di Giuseppe Barbera che, come è noto, insegna all’Università di Palermo ed è uno studioso di chiara fama (professore ordinario di Colture Arboree all’Università di Palermo, si occupa di sistemi e paesaggi della tradizione agricola mediterranea).

Il ragionamento che fa Barbera è semplice: “Tutti gli agrumi – scrive – sono originari della Cina e in Cina lo sanno bene visto che ne producono ogni anno 38 milioni di tonnellate e sono molto fieri del successo agronomico e delle qualità che raggiungono. La coltivazione più importante è quella delle arance e il loro primato, prima che dai numeri delle superfici coltivate e dei commerci, lo dice il nome botanico: citrus sinensis, cioè cinese”.

Ma non c’è solo questo aspetto. In Cina molti centri di ricerca lavorano sugli agrumi, racconta Barbera: “hanno ottime varietà sanguigne, ma siccome cercano il meglio hanno in coltivazione (Università dello Hunan) varietà rosse (le chiamano Lido Blood Orange) introdotte dall’Italia: piante delle varietà Tarocco o Moro che qualche abile vivaista siciliano avrà loro venduto. E’ presumibile che tra qualche anno saranno in grado di soddisfare il particolare mercato delle arance sanguigne in patria e all’estero”. Per Barbera la spedizione di un container in Cina è una “meravigliosa coincidenza” con il viaggio del presidente cinese in Italia che certo dà al governo italiano l’occasione per ricordare che è stato fatto un accordo epocale: le arance siciliane, si dice, potranno viaggiare in aereo e conquistare i mercati cinesi. Che però già ne producono 38 milioni di tonnellate l’anno. E poi il solo trasporto in aereo costa 1,5 euro al chilo: 5 volte più del trasporto via nave. Si chiede Barbera: “A quanto dovremmo vendere le arance siciliane ai cinesi che già ne producono (dicono loro) di ottime? Ci riusciremo? Speriamo di sì.”

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