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Mafia, le mani della stidda sul riciclaggio della plastica nel ragusano



Le mani dell’organizzazione mafiosa denominata Stidda sul riciclaggio della plastica utilizzata per la copertura delle serre. Lo hanno scoperto delle squadre mobili di Ragusa e Catania che hanno eseguito l’operazione plastic free. Quindici gli arrestati ma anche sequestri preventivi di aziende nel settore del riciclo plastiche. Le indagini, avviate nel 2014, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania hanno permesso di scoprire un vasto traffico illecito di rifiuti su cui avrebbe puntato uno degli arrestati eccellenti: Claudio Carbonaro, già pentito, reo confesso di 60 omicidi, tornato in libertà 4 anni fa. Secondo l’accusa, Carbonaro stava riorganizzando il clan con un ‘tagliò meno sanguinario e più imprenditoriale puntando sullo smaltimento della plastica delle serre.

Secondo gli inquirenti, infatti, avrebbe promosso, organizzato e diretto l’associazione, d’intesa con Giovanni Donzelli (concorrente esterno) e con l’ausilio di Salvatore D’Agosta detto “turi mutanna”, reclutando e coordinando l’attività di raccolta della plastica svolta dai Minardi; quest’ultimi, detti i “barbani” si assicuravano in via esclusiva, anche con metodi intimidatori, la raccolta del prodotto, per poi conferirlo, in esecuzioni dei precedenti accordi, esclusivamente presso le imprese della famiglia Donzelli.
L’intervento di Carbonaro nel 2015 ha inoltre permesso di raggiungere un accordo criminale con la famiglia gelese dei Trubia (anche loro colpiti da provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria nissena nel 2016 per i medesimi fatti) per la spartizione dei terreni.

L’inchiesta è partita dal sequestro di calzature contenenti materiali nocivi per la salute: gli investigatori hanno ipotizzato l’esistenza di un’organizzazione dedita al traffico di rifiuti esportati da aziende di Ragusa e Catania in Cina. Qui le plastiche venivano utilizzate per la fabbricazione di scarpe, poi importate in Italia e commercializzate pur contenendo sostanze tossiche.

La Procura della Repubblica ha anche richiesto ed ottenuto il sequestro preventivo di 5 aziende riconducibili agli indagati. Il volume di affari complessivo delle aziende sequestrate ammonta a circa 5 milioni di euro, tra queste quelle appartenenti alla famiglia Donzelli e a Longo. È stato nominato un amministratore giudiziario, in modo da consentire la prosecuzione dell’attività imprenditoriale, con salvaguardia dei lavoratori.

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