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Le proposte Svimez: Zone economiche speciali per rilanciare il Sud



La SVIMEZ ritiene che, se la ripresa indica elementi postivi nell’economia meridionale, che ne mostrano la resilienza alla crisi, un biennio in cui lo sviluppo delle regioni del Mezzogiorno è risultato superiore di quello del resto del Paese non è sicuramente sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività (il prodotto per addetto è calato cumulativamente nel periodo 2008-2016 del -6% nel Mezzogiorno, del -4,6% nel resto del Paese), bassa competitività, ridotta accumulazione e in definitiva minor benessere.

Se il Mezzogiorno proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, recupererà i livelli pre crisi nel 2028, 10 anni dopo il Centro-Nord. Il nodo vero, ancora una volta, è lo sviluppo economico nazionale, per il quale il Mezzogiorno deve essere un’opportunità, calibrando l’intensità e la natura degli interventi per il Sud.

Nella fase più recente il Governo è intervenuto in maniera più decisa a favore delle imprese meridionali, mettendo in campo una batteria di strumenti per agevolare la crescita del Mezzogiorno, dopo che la lunga fase di crisi tra il 2008 e il 2015 ha ampliato ulteriormente il divario tra le due macro aree del Paese. A cominciare dal prolungamento degli esoneri contributivi per le nuove
assunzioni, dal credito d’imposta per gli investimenti e dai Contratti di Sviluppo gestiti da Invitalia per conto del Ministero per lo Sviluppo Economico. Rientrano sempre nell’ambito di questa batteria di strumenti agevolativi il Masterplan e i Patti per il Sud. Da ultimi, poi, i due Decreti Mezzogiorno, il secondo in corso di conversione in Parlamento nel quale sono previste le Zone Economiche Speciale (ZES) per le sole aree meridionali. E, infine, la misura prevista dal primo “Decreto Mezzogiorno”, in base alla quale le Amministrazioni centrali dello Stato destinano alle Regioni meridionali, a partire dal 2018, una quota della loro spesa ordinaria in conto capitale proporzionale alla popolazione, all’incirca pari al 34%. In particolare quest’ultima norma può consentire di adeguare e modernizzare l’armatura infrastrutturale meridionale, condizione indispensabile per creare quel contesto adatto a uno sviluppo industriale strutturale, ma la sua applicazione non è semplice, e avrebbe bisogno di un Fondo diriequilibrio territoriale della spesa ordinaria in conto capitale in cui riversare le risorse che le Amministrazioni non sono state in grado di destinare in base alla clausola del 34%.

Anche il “Piano nazionale Industria 4.0” s’inserisce all’interno delle politiche per accelerare la crescita del Paese, ma il suo minor impatto sul Pil e sulla produttività del Mezzogiorno sta ad indicare
che la principale leva nazionale della politica industriale è da sola insufficiente per sostenere l’ammodernamento del sistema produttivo del Sud, ancora troppo limitato. Da qui l’importanza dell’istituzione delle ZES, che possono contribuire a favorire lo sviluppo e l’infittimento del tessuto produttivo meridionale, attraendo investimenti esterni all’area. La SVIMEZ propone una strategia mirata a rivedere la Politica di coesione, a conquistare maggiori margini di flessibilità del bilancio, abbandonando le politiche di austerità e rivedendo il Fiscal Compact con l’obiettivo di rilanciare gli investimenti pubblici ed assumere il Mediterraneo come orizzonte strategico.

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